Una bella faccia da comunista!

 antichi

Sgarbi a Grosseto sbaracca impietosamente i tentativi di abbellimento della città perseguiti con paziente acribia dall’attuale amministrazione di una destra rampante. Occasione ultima che ha indotto Sgarbi ad intervenire sullo stato dell’Arte in questa città è stato il progetto di un arco-portale all’ingresso della medesima, uno scempio evitato a furia di sondaggi popolari (il vero e unico demonio che la destra ama e teme).

Su questo arco doveva campire la scritta: L’aria della città rende liberi,  motto medioevale che auspicava l’uscita dell’uomo dalla servitù della gleba e la libertà d’impresa e di commercio in città.

Oggi il sindaco lo vuole apporre sulla porta della città, come a dire: Chi viene qui può investire a suo piacimento (ammesso che sia un palazzinaro…).

In effetti questa città straziata da una crescita rapidissima chiese negli anni cinquanta spazi alla campagna circostante e ottenne improbabili habitat, talvolta di stile sovietico, e non crebbe certo bella. Soprattutto non crebbe la città, il nucleo urbano dentro le mura, e le mura stesse non ospitarono vita culturale né ricreativa.

Oggi è ancor più necessario che in passato porre decisamente l’accento sulla città più che sul territorio già largamente reclamizzato e turistizzato. Il sindaco Antichi invece persegue un altro scopo: slargare ancora di più la città,  racimolare tutti i risparmi dei maremmani per dirottarli sull’acquisto di case, casette e villette a schiera prontamente sfornate dai soliti noti imprenditori edili, ridurre la città a centro amministrativo dove si viene a lavorare alle otto di mattina, si parcheggia la macchina sotto le mura, magari tre piani sotto terra, si torna a casa il pomeriggio e si lascia la città allo struscio, trecento metri di massa giovanile che non va né in su né in giù per Corso Carducci.

E ora rispolvera il motto: L’aria della città rende liberi, ma, come dice Sgarbi intervistato dal Tirreno, la democrazia è un dato cittadino, se la città c’è.

Se invece la città è solo un contenitore di uffici, il dibattito fra cittadini langue, le iniziative culturali languono, i cinema e i teatri stentano a programmare (non hanno mai la certezza dell’utenza), ogni iniziativa culturale è caratterizzata dalla presenza dei soliti affezionati, che alla fine ti mettono anche una grande tristezza.

Questo obiettivo dell’Antichi è –assieme alla cordata d’interessi che rappresenta- il filo conduttore segreto dell’amministrazione della vita dei suoi cittadini (che lo amano ancora al 73 per cento! Ma non si sa che le mogli tradite sono le più innamorate?…).

Lui vuole che il grossetano non sia urbano, non faccia politica intra muros, non scopra la piazza come parlamento, come agorà, per questo svuota di senso la città ornandola di vuota monumentalità,  un’eco del nulla. Il resto è pura vita privata davanti al televisore.

Ed ora arriva Sgarbi, esprime tutta la sua amarezza per gli scempi monumentali e urbanistici della nostra città, poi guarda il ritratto del sindaco esposto al Museo e dice: Una bella faccia da comunista. E qui mi assale il forte dubbio: che Sgarbi abbia formato la sua semiotica sui film di Peppone e Don Camillo? Ma come fa a non capire che il comunista italiano non assomigliò mai a Peppone?  Prima di tutto perché i comunisti italiani non abbracciarono mai ideologie agrarie, furono sempre industrialisti e urbanisti, poi perché i dirigenti di prima, di seconda e di terza generazione avevano come modello Togliatti, carattere poco espansivo e piuttosto gelido, con una forte dose di piemontesismo illuminista, e non parlava mai a braccio.

C’erano i fondatori nell’emigrazione antifascista: si vedono nella Guerra di Spagna magri col pugno contenuto in un saluto breve, senza slancio retorico, i pantaloni larghi, svolazzanti a mezz’asta, stretti alla vita da cinture di cuoio. Nessuna fisicità al di là degli abiti. Uomini emaciati, giacobini, esiliati, forse anche maledetti, mai come Peppone.

Poi venne la generazione della Resistenza, che unì la faccia dell’operaio a quella dell’intellettuale del Nord e il comunista si presentò col volto di Pavese, anche lui poco assomigliante all’Antichi .

Nel primo dopoguerra, poi, a livello di semiosi collettiva, l’involontario volto del comunista non fu più quello di Fabrizio di Roma, città aperta, ma quello dell’operaio Ricci di Ladri di biciclette, preso nell’angustia del quotidiano che lo minaccia con la miseria e la disoccupazione. La sua faccia non conosce la retorica della speranza: i comunisti sanno che la rivoluzione non si farà più e che si tratta ora di difendersi in un mondo ritornato in mano ai vecchi signori protetti sotto lo scudo atlantico.

E anche qui Peppone è assente nella realtà, nasce però a livello di vignetta. L’operazione di Guareschi non è fascista, è clericale. Il mettere a fianco di Gino Cervi un antagonista flessuoso e ironico come Fernandel fu la pensata di un prete monarchizzante forse, ma sostanzialmente conservatore dei  piccoli valori. Non fu la pensata di un fascista.

Quando negli anni sessanta  l’Italia diventa davvero un Paese industriale e riparte una conflittualità di fabbrica e di società civile, il volto del comunista, diciamo, di terza generazione è quello di Occhetto, di Petruccioli, di Terzi, di Illuminati, di tutti quegli studentelli che si riallacciano ai padri combattenti, ma usano già un linguaggio da riformisti, che vogliono piacere, cercano il consenso della massa giovanile, si affacciano sul mondo della Scuola con le sciarpe mangiavolto, gli occhiali pesanti e il ciuffo lungo alla De André. Sono diventati salottieri. E quei volti comunisti assomigliano molto più al volto di  Sgarbi che a quello di Antichi.

Intanto l’Antichi se la ride soddisfatto nel ritratto oleografico. E non è il volto del comunista. Questa figura assomiglia non al Gino Cervi di Peppone e Don Camillo, bensì al Gino Cervi de La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, a quel federale che si faceva chiamare Sciagura.

 

 

 

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