Stavano andando tutti al cinema…

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Stavano andando tutti al cinema – al Paramount, all’Astor, allo Strand, al Capitol o in un’altra di quelle gabbie di matti. Erano tutti in ghingheri perché era domenica e questo peggiorava le cose. Ma il peggio era che si capiva benissimo che volevano andare al cinema. Non ce la facevo a guardarli. Posso capire che uno vada al cinema perché non ha nient’altro da fare, ma quando uno vuole proprio andarci e si affretta perfino per arrivare prima, questo mi riduce proprio a terra. Specie se vedo milioni di persone impalate in una di quelle tremende file lunghe quanto tutto l’isolato, che aspettano con una pazienza atroce di trovar posto e via discorrendo.

(Salinger, Il giovane Holden)

Ecco, quello che faceva orrore al giovane Holden costituiva (e l’imperfetto è d’obbligo) il fascino del cinema. Ho sempre sostenuto che l’emozione del cinema è data dal fenomeno collaterale/centrale delle sale buie, delle code, della folla nel ventre della balena, che faceva scrivere a Neruda: …e nei malfermi cinema silvestri / dove l’amore scopre i suoi denti. (Canto general). Ma più in generale il cinema, prima della sua entrata nella sfera privata, rispondeva in pieno a quella verità che fu pronunciata da Mac Luhan per la televisione e cioè che il contenuto della tv è la tv stessa. Da quel momento l’indagine si sposta sull’autoreferenzialità del mezzo che ci fa capire come l’attrazione per l’esposizione d’arte sia l’esposizione stessa o come oggi spesso si dice l’istallazione. Che sarebbe un concerto dei Rolling Stones se sparisse la folla e tu restassi il solo spettatore? Sarebbe come una sensazione da fine del mondo, da day after, una cosa spaventosa. E’ quanto è successo al cinema, il vecchio cinema amico dei poveri e dei ragazzi, che si vede tutto agghindato uscire in prima visione e poi sparire di circolazione, catturato dal video.

Ogni forma d’arte in ogni momento della storia evoca un pubblico, e li vedi quei damerini settecenteschi a teatro, nei palchetti o in piedi nel pozzo della platea, come tante statuine di un presepe, mentre assistono a La serva padrona, le vedi le Dames savantes nei salotti francesi, mentre leggono i poemi di Ronsard; insomma l’Arte non è mai sola, asfittica, richiede sempre un contesto di fruizione, come un quadro la sua cornice. Il cinema è invece spoglio, ha perduto la veste e l’habitat, la sua ubiquità lo uccide, prolungandone la vita in mille forme digitali, ma sterili, acontestuali. Il film entra in archivio e ci muore.

Per questo io sono favorevole a quegli enormi, spropositati scatoloni Kitsch di cemento armato e di lustrini, costituiti dai Planet Multicinema, dove l’odore nauseabondo delle patatine quando entri ti scaccia, poi ti ci abitui.

Ovviamente si tratta di “contenitori di giovani” e, come le pizzerie alla moda o gli aperitivi oceanici, dove fai a gomitate, prescindono dalla qualità del contenuto o addirittura dal contenuto stesso. Però si sa che là si vede cinema. E vabbene, incontriamoci là! Non sono mica sicuro che tutti quelli che si vedono assembrati dinanzi al Planet entreranno a vedere un film…

Ovviamente non basta lo scatolone di cemento a ridare vita ad una società di spettatori, come invece è molto facile crearne una dei cineamatori, fondando un circolo del cinema. Però, essendo io convinto che la fruizione del film è quella dello spettatore e non del cineamatore, aspetto il miracolo…

Un giorno vedremo uscire dalle scale del Planet un popolo calmo che conversa a coppia a coppia o a gruppi di tre o di quattro, gioiosamente, interessato a capire quello che ha visto e ad approfondirlo, come si vedono i filosofi di Raffaello nelle stanze vaticane, mentre discettano dell’essenza del mondo e Platone indica con un dito il cielo, mentre Aristotele stende la mano sulla terra. Quella società di spettatori s’incontrerà sempre per strada col cinema negli occhi, vivrà attraverso il cinema, interpreterà il mondo cinematograficamente, sceglierà un attore su misura, per entrarci e viverci, come Mia Farrow nella Rosa purpurea del Cairo…

E’ già giorno?!

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