Se alla base manca la metafora?

Tutti i termini e le espressioni economiche o in genere tecniche o tecnologiche importate dalle altre lingue (inglese o francese che sia) ci suonano strani, appiccicati e soprattutto inducono erroneamente a credere che la nostra lingua sia priva di base metaforica.

Siccome quest’ultima ipotesi non sta in piedi, bisogna cercare le ragioni della nostra piattezza terminologica a livello di microlinguaggi –che si tratti d’informatica o di economia, di tecnica o di robotica- in un altro fenomeno: la traduzione in ritardo. Traduzione meramente terminologica, fedele nella lettera, ma infedele nella struttura metaforica che fonda l’espressione originale.

Leggo “holdings” come consociazioni, “pools” come cartelli, “trusts” come concentrazioni, “dumping” come concorrenza sleale, “prix crié”come prezzo gridato e così via citando, e vedo solo parole che traducono parole.

Ma se penso a “trust” in inglese vedo due pancioni dal volto sorridente che si stringono la mano e se la scuotono compiaciuti fino a far cadere la cenere del proprio sigaro sul panciotto del partner. Quando sento “prix crié” non posso far a meno di vedere Les Halles all’epoca di Zola, quando lo scrittore si addentrò estasiato e disgustato nei meandri del ventre di Parigi, dove i battitori all’asta gridavano il prezzo ad un pubblico di poissonnières scalmanate, ma attente alla correttezza delle procedure.

Se sento la parola “dumping”, vedo un uomo soffocato dai vapori in una sorta di camera a gas con un pubblico, che lo guarda morire, soddisfatto.

Ignorando la metaforica fondante dell’espressione originale, l’Italiano ha inseguito da due secoli lo sviluppo tecnologico con gli occhiali del Francese e dell’Inglese, senza curarsi talvolta neppure di fare una vera e propria traduzione del senso, e ha così seminato il terreno di espressioni canoniche di cui oggi ignoriamo persino il modo in cui nacquero, un po’ come ignoriamo che la parola lanzichenecco deriva da Landsknecht che significava servitore della patria –ce ne corre però, eh?

Umberto Eco scrisse un giorno una bustina di Minerva per correggere l’andazzo corrente che vedeva all’epoca “to imput” tradotto addirittura con “imputare”. Eravamo evidentemente giunti alla pazzia.

Anche il Tedesco Diskette aveva partorito in Italiano una iniziale dischetta, ma se io sento “floppy” mi figuro una sostanza molle e flessuosa, una lamina oscillante, un qualcosa di cencioso e di pendulo come una gattaiola, ed è una precisa scelta metaforica  basata sulla materia, mentre l’Italiano, lavorando con la forma e le dimensioni, avrebbe dovuto dire disco o dischetto rispettivamente per CD e floppy, e invece… andate a comprare un dischetto e vi troverete subito un CD sul bancone e voi, lì, costretti a specificare:”Un floppy, un floppy…” anche se il floppy, il primo floppy, quello grande come una salvietta di carta, ormai è stato ingoiato dal tempo.

Il dilemma è semplice, in fondo: o una lingua si rapporta al fenomeno tecnico con una soluzione metaforica propria, congeniale alla sua struttura e al suo (aiuto!) carattere, o si arena su di un’espressione verbale straniera, di cui ignora la metaforica sottesa, e mentre i primi tecnici adoperano il termine  in originale, la massa dei parlanti lo italianizza, inesorabilmente, per via analogica, ricercando suoni materni nei suoni stranieri, suoni familiari su cui poggiare i piedi, come quando i trentini a Bolzano sentivano “Raingasse” (lungofiume) e traducevano “via della rena” ed era già un passo avanti rispetto all’antico lanzichenecco.

Se l’Italiano avesse percorso la prima strada, afferrando il primo corno del dilemma, non avrebbe adottato espressioni come “buchi neri” (black holes) essendo buco in Italiano normalmente qualcosa di piccolo. Esistono altri termini nella nostra lingua, come “tana”, “voragine”, “cratere”, “caverna”, “abisso” che sarebbero stati molto più adatti a metaforizzare l’assenza di materia, il vuoto, il nulla… Sinceramente i “buchi neri”,  riducendo il cielo a formaggio svizzero, mi fanno un po’ ridere. Per gli stessi motivi non capisco l’espressione “buco dell’ozono” in quanto si tratta di uno “strappo” ed uno strappo ricorda una stoffa: infatti lo strato d’ozono è una “tenda” che protegge il pianeta dalle radiazioni solari. Questa stoffa è spessa circa sessanta centimetri ed in certi punti è lacerata e fa passare le radiazioni. Una vignetta di Mafalda alla fine degli anni ottanta mostrava una domestica grassottella intenta a spruzzare nell’aria un insetticida.

La padroncina emancipata le dice:

– Cosa fai? Così allarghi lo strappo dell’ozono!-

E lei di rimando:

-Vabbè, poi lo rammendo…-

Questo dialogo assurdo in fondo è paradossalmente più vicino alla realtà del termine canonico “buco dell’ozono”, in quanto la sua metaforica soggiacente (stoffa, strappo, rammendo) illustra il fenomeno in modo più aderente alla sua natura.

Ogni termine, in breve, non è che un contesto, un contesto scenico, mi sembra di capire. Ma cosa mette in scena? Uomini, situazioni, abitudini, processi operativi, sperimentazioni, tensioni e tentativi in linea con una civiltà linguistica di riferimento.

 La nostra  è di natura nominalistica.

 Se il Tedesco dice:

– Guardiamo come stanno le cose-

l’Italiano ribatte:

– Com’è la situazione?-

e così si confrontano i due grandi cetacei linguistici risaliti dal fondo degli abissi, dove normalmente non si notano.

Le lingue anglosassoni ti sfidano col verbo, mentre le lingue neolatine si difendono col nome. Nomina una cosa e sarà tua, trovale un termine in cui confinarla e sarà perfettamente definita nelle sue proprietà.

 Ideologia proprietaria per eccellenza trasuda da tutto il Latino con la sua sistemazione giuridica del mondo nel tempo più che nel modo, essendo il tempo la scansione della proprietà e dell’appartenenza o del possesso che passa di mano in mano.

L’Inglese ti accoglie con “Working for Ford” e cosa risponde l’Italiano? “Ho lavorato alla Fiat” oppure, ancora peggio “Il lavoro alla Fiat”, poi ti saluta con “Getting on in English” e l’editore italiano non sa come tradurre questo maledetto –ing, perché è chiaro che non può tradurlo con andando avanti o progredendo in inglese e deve contentarsi di “Progressi in Inglese” e qui casca l’asino, perché ritorna il dominio del nome.

Il Tedesco vede una lampadina e la chiama “una pera che s’illumina, che diventa incandescente” (eine Glühbirne) e noi come ci difendiamo? lampadina…

Il Tedesco prende la lampadina e l’avvita in un abbraccio di metallo (Fassung) e noi? nel portalampade…

Nominalismo, nominalismo, nominalismo sarà questa la nostra eterna natura? Come facciamo a mettere in scena il nome che per definizione è la fine dell’azione? In scena si mette sempre un agire, non un essere. Avete mai visto una commedia che mostra un interno immobile con quadro di  famiglia fisso, padre in pantofole, madre in ciabatte, figlia allo specchio? Qualcosa deve pur succedere!

E poi, oltre al nominalismo insito nella nostra lingua, dove il verbo trapassa (muore) sempre in nome, sovente attraverso la porta di servizio del  participio passato (passeggiare-passeggiata), esiste anche un dato sociolinguistico e storico molto pregnante, una stratificazione di civiltà, un retaggio, lo spessore del tempo accumulato dalla Controriforma ad oggi: l’ostilità per i processi lavorativi in genere, per la creazione imitabile, per l’atelier. Non ci si attarda volentieri a descrivere il gesto  che esegue l’operazione o l’operazione nel suo divenire, nel suo farsi. Non siamo insomma una lingua del divenire, ma dell’essere e dell’avere, anche se questo può sembrare un ossimoro arditissimo.

 

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>