Scorie di ritualità

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Perché continuano a scrivere romanzi d’amore e a girare film d’amore?

Colpisce la delusione. Un lettore si accosta al racconto d’amore, come lo spettatore entra nel buio della sala attratto da una vicenda amorosa rumorosamente annunciata dal battage pubblicitario che la lancia settimane e mesi prima, e poi appena il film comincia o la lettura avanza di pagina in capitolo, tu ne resti deluso.

Non perché la scrittura narrativa o filmica ti deluda in sé, anzi, mai come oggi gli strumenti espressivi si sono raffinati in ogni campo dell’arte, ma perché la storia d’amore – oggetto privilegiato dell’arte- ha perduto ogni valenza politica. La storia d’amore è diventata tutta privata, il suo interesse sta nel viverla intensamente dall’interno, in maniera fortemente identificativa, quindi acritica: è paradigmatica ormai l’immagine dello spettatore incollato allo schermo della telenovela, tutto interno alla vicenda, che poi una volta finita la puntata si mette a scherzare e dileggiare la telenovela stessa. Basta staccarsi un attimo dal mezzo per non esserne più attratto, dimenticarlo, come invece è fatale avvicinarcisi troppo perché rischi di sparirci dentro come in un buco nero.

Che resta di politico? Restano scorie di ritualità: le copertine dei rotocalchi che annunciano e illustrano i grandi matrimoni, quelli delle teste coronate, quelli delle grandi famiglie dei magnati della finanza o dei petrolieri, restano le telenovele appunto dove si parla sempre di una qualche famiglia con un qualche patriarca incallito che impedisce l’amore della figlia per il giovane povero di turno. Restano le vite degli attori e delle attrici. Segni di segni, gli attori in carne ed ossa si trovano a rappresentare se stessi anche nella vita in una totale perdita d’identità. Attori di se stessi attori.

Scorie, dicevamo, perché la vera ritualità incentrata sull’amore-matrimonio è finita e il “do you wont to marry me” che chiude ogni vicenda americana – o all’americana- è semplicemente ridicolo: un finale anerotico per una vicenda erotica, un po’ come se l’eroina alla fine invece di trovare un amante trovasse un amico…

Eppure la storia dell’umanità ruota intorno all’amore come regolatore sociale. Le vicende amorose dei regnanti, se oggi restano una scoria, ieri erano seguite con enorme attenzione dai popoli, perché i matrimoni regali regalavano la pace e la guerra alle nazioni. Questo si trasmetteva anche in basso come modello per le grandi famiglie economiche e per le famiglie contadine, ovunque l’unione parentale rafforzasse il potere economico.

Oggi la vicenda amorosa è privata e da essa non si risale a nessun’altra vicenda, un po’ come la religiosità che non riesce più a trovare veicoli comuni e, come diceva Pasolini, la figura di Cristo in questo secolo ha cessato di essere una figura pubblica.

Essendo tutta privata, la vicenda amorosa cessa di contenere elementi strategici, mentalizzati. Abbondano le visioni “fatali” dell’amore come happening, e non vale so lo cerchi: il grande incontro ti deve incontrare.

Al di là delle quote rosa che sono più una spia che una soluzione di un grosso problema: l’assenza delle donne dalla politica, bisognerebbe ripensare questa perdita di dimensione politica proprio da parte della donna all’interno della vicenda d’amore che era da sempre il suo campo di battaglia. Le donne oggi s’incontrano per raccontarsi le vicende accadute, non per affrontare le vicende che le aspettano dietro l’angolo e per consigliarsi (atto politico per eccellenza).

Ma se finisce l’amore come dimensione politica finisce anche il Romanzo e il Film, suo diretto discendente (non si filma una poesia…). Ma se finisce il Romanzo e il Film, finisce anche l’immaginario collettivo collettivo e resta solo un immaginario collettivo individuale. Un po’ come se (direbbe Balibar) sparissero i concetti in senso forte e restassero solo i concetti in senso debole.

L’Amore ha raggiunto il grado massimo di entropia (cioè confusione, sbriciolamento, polverizzazione individualistica) come se si fosse aperto il sacco di Eolo e i venti scatenati in tutte le direzioni non volessero più rientrarvi dentro.

Non è la prima volta che l’umanità perde il senso di un rito e continua a praticarlo senza neppure saperlo: il velo della sposa, che filtra la luce del Dio Apollo e ne cattura la grazia, il bianco della purezza, che indica la verginità, importantissima ai fini della trasmissione ereditaria, e legato ad essa il mito dell’eterna verginità. Il pranzo di nozze che deve durare settimane e mesi in quanto propizia altri incontri (parenti e amici si riaccostano e forse si accoppiano in questa occasione), ma che oggi ha perduto il suo valore orgiastico e resta un momento noiosissimo, ma non privo di valore sociale: l’ostentazione della ricchezza e dell’opulenza. Il viaggio di nozze che rappresenta la fuga, il ratto di Proserpina, strappata alle braccia dei genitori. Oggi diventato offerta speciale di una qualsiasi agenzia di viaggi. Il diritto alla prima notte strappato faticosamente al principe da parte di un popolino che si emancipa dalla servitù della gleba perché conquista “terreni propri” e quindi vuole anche la donna propria, la semina propria, il proprio frutto. Ma la donna aspira al principe, perché il principe potrà cambiare il tuo stato sociale (e quando Don Giovanni le dice: Io cangerò tua sorte…Zerlina gli risponde: Presto non son più forte, non son più forte, non son più forte…). Quindi tradimento coniugale come tradimento della propria sorte sociale, vista spesso come carcere, era questo il messaggio politico. Per quanto possa suonare amaro, il tradimento stava nel conto dell’emancipazione da una sorte aborrita ed aveva valenza politica. Oggi il tradimento coniugale è una forma di consumismo: avere l’amante è un appannaggio da media borghesia.

Scorie di ritualità dunque rivelatrici di una entropia estenuante. Aleggia dappertutto un amore privo di scritture. Non si sa come uscire dalla noia delle storie individuali. Dalla sala buia dove siamo entrati pieni di curiosità dopo poco viene la voglia di uscire senza conoscere la fine della storia, perché sappiamo appunto che si tratta di una fine e noi aspettavamo un finale.

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