Reggiani: l’efficacia del frammento  

Reggiani

 Mandà insegue il magnaccia criminale e amico, allo stesso tempo, della Polizia. Questo si rifugia in una caserma dove tranquilli poliziotti conversano seduti al bancone, e le loro armi stanno appese alla parete. Mandà ci si accosta con calma e determinazione ed estrae dal fodero di un cinturone una pistola d’ordinanza. Si accinge a fare quello che la Polizia avrebbe dovuto fare da tempo. Insegue il magnaccia fin dentro il cortile dove si è rifugiato e in un angolo sta tremando. E’ senza scampo. Mandà si avvicina con la pistola spianata, mentre la cinepresa inquadra solo il suo volto. E il suo volto spara tre colpi. Sì, la sua faccia spara! Si sentono le tre detonazioni fuori campo e si vede il volto di Reggiani che si contrae ad ogni colpo in una stessa smorfia che esprime sdegno, decisione, rabbia, giustizia.

   Questo volto galleggerà eterno nella memoria di chi ha visto “Casco d’oro”, tarda rivisitazione di un mondo fine Ottocento, che riesce ad attualizzarsi proprio grazie al talento indiscusso dei due protagonisti: Simone Signoret e Serge Reggiani.

   Lui è morto quest’anno alla fine di luglio. Aveva 82 anni.

   Se aprite Internet è tutto un susseguirsi d’omaggi all’attore scomparso, ci sono già i club dei fans, i testi delle canzoni, i titoli dei libri e le filmografie; ci sono anche i quadri, perché invecchiando si era messo anche a dipingere. Ma io vedo solo quel volto, che spara, perché non credo alla genialità diffusa, e quando si legge che Reggiani fu grande in tutto, dal teatro alla canzone, dal cinema alla pittura, io aggiungo:

– Sì, ma frammentariamente –

 e proprio questo mi piace di lui.

Io credo ad un Reggiani che raggiunge in ogni ambito artistico punte insuperate di straordinaria espressività, genialmente sensibile in quel punto, in quel  frammento.

   E penso al suo incontro con le canzoni di Boris Vian nel 1965: un disco che mi porterei nella tomba, se credessi nell’aldilà.

   Penso ai  Sequestrati d’Altona  di Sartre, dove lui svolse un monologo ineguagliabile per ben cinquecento repliche. Penso alle sue parti secondarie, genialmente interpretate, come nel “Gattopardo”, “Il giorno della civetta” e infiniti altri film, dove i ruoli gli sembrano cuciti addosso, e invece era lui a saperci entrare (un po’ l’opposto di Jean Gabin…). Penso ad un ritratto indiretto che Sautet riuscì a tracciare di lui in “Vincent, François, Paul… et les autres” e che lo descrive così bene, com’era nella vita, schivo e claustrofobo.

   Penso alla performance della sua voce, una voce dove si poteva abitare, piena di anfratti, di cavernosità, di nascondigli, ma anche di diafani falsetti e velature accorate che mi fanno tornare in mente una sua lontanissima interpretazione di Robespierre ne “I giacobini” di Zardi, in un italiano lento e sofferto, molto espressivo.

   Ma Reggiani ebbe anche una vita pubblica, un suo ruolo politico, quando prestava la sua voce alla lotta, per cantare nelle fabbriche e nelle scuole occupate. Mi ricordo ancora nella Parigi degli anni settanta come molti militanti avessero nell’agenda il suo numero di telefono. Lo trovavi a cantare nelle assemblee operaie o studentesche, al primo maggio o alla festa dell’Huma. Vecchio emigrato antifascista da Reggio Emilia con il suo classico percorso da “rital”: poca scuola, la boxe e lo spettacolo come forme di emancipazione sociale.

      La sua vita ci commuove e ci fa pensare anche a quella Francia da Front Populaire, dove lui come molti altri rinasceva in una nuova identità culturale. Il suo nome italiano resta, per noi, solo una nostalgia.

 

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