Perché, perché, perché?

el grintaPerché, perché, perché il Cinema è così crudele da mostrarci volti di attori che non vivono più,  mode ormai morte e vestiti in disuso, capigliature scese su collo e spalle d’avorio di attrici scomparse?

Perché, perché, perché mi perseguita il sorriso triste di un Yves Montand con l’ombrello, che accetta rassegnato gli anni perduti, e la fisarmonica ne accompagna il passo leggero di ballerino lungo un marciapiede umido di pioggia, inquadrato dalla robusta cinepresa di Sautet?

Perché, perché, perché il vecchio professore del Posto della fragole la sera prima di addormentarsi ripensa agli anni della propria infanzia e di fronte a questo teatro della memoria si addormenta dolcemente invece di sentire dentro di sé lo strazio dell’irreversibilità della vita?

Perché, perché, perché Charlot è invecchiato e ha acquistato la parola, invece di restare quell’omino muto eternamente giovane e scattante, pronto alla risposta e combattivo contro i pachidermi del potere?

Perché, perché, perché Alain Delon ha i capelli bianchi, proprio lui, l’eterno “môme” (come lo chiamavano Jean Gabin e Simone Signoret)?

Perché, perché, perché il sorriso di Belmondo si è fatto stanco e triste con gli anni?

Il nostro tempo, invaso dal cinema, ha commesso il peccato più grave, quello di guardare dietro le quinte. Ha visto la vita privata degli attori, li ha scovati su ogni spiaggia, in ogni luogo di vacanze, li ha intervistati e portati sui rotocalchi, e ciò facendo ha incrementato il proprio nemico, quello che da sempre il Cinema si porta dentro: l’uso dell’immagine iconica (l’Uomo in carne e ossa) per rappresentare l’immagine simbolica (il Personaggio della vicenda filmica). Meglio sarebbe stato il film di animazione, dove il personaggio disegnato vive di vita eterna e quando muore, muore giovane, semplicemente perché non piace più. E invece il Cinema ha dovuto farsi carico dell’invecchiamento degli attori, cucendo loro addosso gli abiti della vecchiaia, come successe con l’ultimo Jean Gabin.

Questo accompagnare l’attore alla tomba ha conferito al cinema un’aura quasi cimiteriale.

Perciò ho trovato splendida l’operazione semiotica dei fratelli Coen che hanno preso Jeff Bridges e lo hanno ridotto ad un disegno animato. E’ un personaggio con un occhio solo, l’eterno cappellaccio di feltro sulla testa, una palandrana da pistolero duellante e la bottiglia di whisky sempre in tasca. E’ un vecchio che non fu mai giovane, un solitario che non fu mai sposato, anche se si apprende nel corso del film che certo fu giovane e scapestrato, che fu sposato e che ebbe una figlia.

Grande è stato Jeff Bridges nell’accettare il ruolo di cartoon. Ma poi, alla fine, è giunto il riscatto: il vecchio salva la bambina in uno sforzo sovrumano, e il cartoon ritrova la più grande umanità.

Bisogna dire che rivedendo il vecchio Il Grinta di Henry Hathaway, ho notato che John Wayne  convince meno di Jeff Bridges. Il primo è troppo flessuoso, per certi versi troppo morbido, troppo elegante nel portamento, oserei dire addirittura affettato; mentre il secondo è scheggiato, angoloso, rauco, istintivo.

Mi piace senza chiedermi troppi perché.

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