Per una semiotica dell’ecologia

Per affrontare il discorso ecologico in Italia bisogna enuclearne gli elementi semiotici in grado di fondarlo.

Ogni cultura cerca di approntare una sorta di schema di riferimento i cui elementi costituiscano in ultima istanza dei moventi all’azione o, se questa parola non piace, almeno dei supporti d’intesa capaci di fondare una comunità comunicante.

Questa sorta di schema di riferimento acquista, anche se in termini “moderni”, un afflato di sacralità, diventando una specie di costellazione-guida per il navigante.

Luhmann ritiene tramontato il discorso sulla “semantica del sacrale” per l’avvento e il trionfo della Scienza in ogni campo dello scibile negli ultimi due secoli di storia occidentale. Questa posizione ci appare ingenua, non foss’altro perché dimentica che la Scienza stessa per lungo tempo venne considerata una moderna religione… Quindi non si sfugge alla finzione fondante e l’Ecologia domanda oggi un suo spazio di sacralità. Essa lo fa passando da alcuni momenti terribili, quasi tutti negativi, non edificanti, niente affatto consolatori e cerca percorsi comunicativi fra lo sgomento e l’impotenza che serpeggia nelle nostre società civili. L’ecologia assomiglia così ad una nuova religione che prometta come esito finale solo l’inferno.

Eppure il catastrofismo è il suo peggior nemico , perché in genere ad un primo momento, che vede divisi gli animi fra apocalittici e integrati, fa subentrare un secondo , che vede tutti gli animi rassegnati. Noi stiamo vivendo in questa seconda fase, senza aver ancora aperto il dibattito sull’ecologia. Ci sono state solo scaramucce iniziali che vedevano opposti argomenti “economici” ad argomenti “ecologici”, realismo spicciolo ad utopia da anime belle, poi ognuno ha continuato ad argomentare secondo le proprie premesse, facendo via via della concessioni all’avversario, o “assumendo” alcune argomentazioni dell’avversario nel proprio programma ideologico. Tutti hanno aperto una finestra verde.

Eppure noi pensiamo che il momento salvifico passi proprio da una comunicazione ecologica, anche se ci appare così lontana come obiettivo  da farci sentire ricacciati a viva forza nel ben noto ghetto dell’utopia da cui l’ecologista deve uscire ad ogni costo.

Non dibattito sull’ecologia, ma comunicazione ecologica

La via da percorrere per introdurre una cultura ecologica in Italia ci sembra intanto quella di abbandonare ogni dibattito sull’Ecologia stessa, come apparato disciplinare a sé stante, per ridefinire invece un nucleo tematico forte che ridescriva con un nuovo taglio e con un nuovo linguaggio la cifra storico-culturale che ci caratterizza più da vicino.

Si tratta in altri termini di rivisitare quelle tematiche più congeniali all’italiano per illuminarle di luce nuova e ridescriverle con un apparato semiotico che derivi le proprie figure di linguaggio da una visione ecologica della Natura e della Cultura.

Abbiamo assistito nel corso degli ultimi cinquant’anni a focalizzazioni diverse intorno a discipline come la Storia, la Sociologia, l’Economia, la Politica, la Scienza, e via dicendo.

Le mode culturali hanno prodotto un dibattito pubblico fondato sui valori della Storia negli anni cinquanta (la Resistenza, la Repubblica, la Costituzione etcetera), della Sociologia negli anni sessanta (passaggio dell’Italia da Paese agricolo a Paese industriale, nuove classi emergenti, abbandono delle campagne e inurbamento, emigrazioni interne e squilibri territoriali, nascita della piccola impresa, scolarizzazione di massa, miracolo economico e consumismo), della Politica economica negli anni settanta (modelli economici e confronto, ricette per la politica dei redditi, contro l’indebitamento pubblico, per la programmazione economica, per l’uscita dalla crisi energetica), della Scienza negli anni ottanta (interesse per le soluzioni tecnico-scientifiche dei problemi socio-economici, revival del pensiero e della mentalità scientifica in genere, morte totale della Politica a vantaggio della Tecnica: s’invocano governi di tecnici contro governi di politici, recupero di alcune tematiche ecologiche: salute, cure alternative, macrobiotica, prime fondazioni teoriche di una società post-industriale e post-moderna).

Si potrebbe documentare questo itinerario attraverso i momenti di gloria conosciuti dalle varie facoltà universitarie, con i loro trend ascensionali e boom d’iscrizioni.

Ma l’Ecologia non ha mai conosciuto un momento centrale tale da rifondare o perlomeno rifocalizzare altri saperi ed altri programmi di vita. Ha vivacchiato in carta patinata.

C’è una ragione specifica inerente alla nostra formazione culturale, che spiega quell’accoglienza un po’ freddina che alla fine degli anni settanta venne riservata in Italia a quella scoperta culturale che in altri Paesi aveva aperto già da anni un dibattito, creandosi un pubblico di seguaci e di militanti politici?

Secondo noi la spiegazione è legata al fatto che l’apparato semiotico che veicolò in Italia la cultura ambientalista proveniva dall’Europa del Nord e si avvaleva di calchi in parte tardo-ottocenteschi di salutismo e naturismo, in parte di retaggio romantico-panteista (Natura equiparata a Dio), in parte di valenza agrario-destrorsa in base alla quale  si predicava un ritorno  dall’odiata civiltà industriale alla comunità agreste. Insomma venivano sollecitate corde  estranee se non addirittura nemiche al nostro sentire. In special modo colpiva l’abbandono della città che per noi era stata una tarda conquista (inurbamento degli anni sessanta). Significava inoltre un abbandono del dibattito politico in termini di classe e di conflitti “urbani”. Si aggiunga poi la prospettiva che si apriva agli occhi di un femminismo appena nato (1977), legato a temi cittadini come l’impiego femminile e i servizi sociali oltre ai diritti civili, che si sentiva ricacciato nel buio delle campagne.

Ma non c’era solo l’ostacolo di questi dati, storicamente definiti e delimitati, c’era soprattutto l’ostacolo di un “animo” che ci portiamo dentro fin dalla nostra nascita come nazione. L’animo italiano è un animo comunale e la civiltà più profonda che ci caratterizza è proprio l’urbanità. Tutta la civiltà mediterranea del resto è una civiltà urbana e il suo rapporto con la terra è un rapporto “rivale” e “proprietario”, consegnato rigorosamente alle pagine del Catasto.

Non ci stupiamo quindi se, mettendo a confronto alcuni termini, ricaviamo reazioni discrepanti, per esempio, fra l’Italia e la Germania.

Alcuni termini a confronto

Erboristeria. La riscoperta dell’erboristeria in Italia è stato un fenomeno tipicamente urbano di ‘confronto estetico’. L’italiano consuma prodotti d’erboristeria soprattutto per la bellezza, il tedesco soprattutto per la salute.

Inquinamento. Il grido d’allarme:-Il bosco tedesco muore!- ha rivelato in Germania l’animo incline all’idillio del bosco, patria di elezione e luogo di contemplazione per eccellenza, mentre lo specchio della Natura in Italia si compendia soprattutto nel mare e nei laghi, luoghi di fruizione della Natura dove l’italiano viene a contatto di pelle con la medesima. Il nostro indice semiotico di polluzione sono le alghe dell’Adriatico, che corrispondono alle piogge acide nella mente del tedesco.

Il buco dell’ozono. E’ termine a valenza forte sia da noi che in Germania. L’immagine dell’Italia sole e mare ne esce distrutta.

Alimentazione genuina. Il cibo e l’acqua non inquinati rappresentano in Germania una ricerca di salute, in Italia di godimento.

La comunicazione a tavola. In Italia ha valenza affettiva, in Germania normativa. In Germania ci si mette a tavola per guarire, in Italia per morire (di cibo).

Habitat. L’abitazione italiana è rappresentativa nei materiali e nelle suppellettili prima ancora di essere ecologica nell’ubicazione e negli spazi. Non è attrezzata per la selezione dei rifiuti, non sceglie sostanze ecologiche  (detersivi senza schiuma, vernici non siliconiche, isolanti naturali etcetera), non apprezza la luce e il silenzio, è poco orientata sul risparmio energetico (riscaldamenti centralizzati senza modulazione nell’erogazione termica), utilizza in abbondanza acqua potabile per fini di pulizia, considera anzi il dispendio idrico come un indice di benessere, fa un uso solo ornamentale delle piante (mentre in Germania la pianta porta la natura in casa come dispensatore di ossigeno, regolatore termico, umidificatore dell’aria e così via).

Vestiario. Per quanto attiene al vestiario la situazione peggiora notevolmente, in quanto la moda è da noi un termine a valenza molto forte. Il vestito pratico, comodo, durevole, sano, e via dicendo, cede il passo al vestito come status symbol, sia in termini di ricchezza che di appartenenza ad un gruppo (abito come divisa).

Locomozione individuale. Se si entra infine nel discorso dei mezzi di locomozione individuali, notiamo allora come l’auto e la moto acquistino addirittura carattere d’identikit individuale e gli aspetti del consumo e del tipo di carburante, della sicurezza, della comodità risultino appannati rispetto a quelli della velocità, dello scatto, della linea e del lusso.

Lo spessore della Storia

Dopo questa breve disamina di termini a confronto, che potrebbero ovviamente moltiplicarsi all’infinito, s’impone la riflessione sulle sfasature e le differenze specifiche che rendono chiare le singole identità culturali. In tal modo ci rendiamo anche conto di come l’ecologia a suo tempo sia stata veicolata dai ceti medi ed abbia subito acquistato un afflato di astratto ambientalismo dai contorni molto sfumati, privo di carattere dirompente e di risvolti politici.  L’ecologia è stata ridotta per lo più a ricette di vita per uomini astratti fornite da uomini astratti. La grande assente è stata la semiosi storica, quella semiosi che ci avrebbe concesso di comprendere l’uomo italiano come il civis urbanus. Se l’ecologia avesse scelto il veicolo della città, avrebbe conquistato un pubblico a peso specifico culturale e politico molto più rilevante rispetto al dato attuale, dove ti trovi gomito a gomito con gli orsacchiotti e i pesciolini rossi.

Quindi il segreto per ridare all’ecologia un nuovo impulso di penetrazione nella cultura italiana consiste, da un lato nell’abbandonare una costellazione semiotica nord-europea, dall’altro nello scegliere un veicolo di penetrazione più specifico, più parziale se vogliamo, ma al contempo più canalizzato.  Tutta quest’acqua sparsa si deve reincanalare in condutture specifiche che le conferiscano di nuovo la pressione dovuta e la prevalenza che oggi le manca. Bisogna uscire dalla stagnazione.

Ciò premesso,  sembra quantomeno problematico affidare ai mass media il messaggio ecologico, in quanto il loro pubblico ha digerito il discorso ambientalista in carta patinata e lo ha relegato, già nella sua mente, fra le idee che non cambiano la Storia.

Non vediamo male per contro la scelta del cosiddetto mondo della Scuola come canale privilegiato di un’educazione ecologica che, però, non può continuare ad annoiare le menti degli allievi come faceva un tempo l’educazione civica.

Una mia allieva berlusconiana mi disse un giorno che l’ecologia non era più di moda. Da lì capii che l’iter dei media era già stato consumato, ma capii altresì che se si dovesse riformulare ecologicamente il mondo, bisognerebbe ricominciare dalla Storia e dalla Città.  Non si possono accompagnare più le peregrinazioni dei salmoni, i parti dei felini, i letarghi degli orsi o i ricami degli storni nel cielo di Roma, bisogna scendere giù dal cielo e affrontare il discorso ecologico proprio partendo dal “romanazzo” vivo e reale, vero plico e frammento archeologico di storia urbana, quale ce lo troviamo di fronte ogni giorno.

La Scuola rappresenta un terreno omogeneo per veicolare il discorso ecologico, in quanto questo si affida a classi d’età a dominanza idealistica (14-18), ma non deve avvalersi di una semiotica ingenua tipica di quelle classi d’età. Questo problema culturale può essere superato grazie alla mediazione dell’insegnante, che deve appunto ancorare alla Storia il plaidoyer, tendenzialmente astratto, in difesa dell’ecologia.

Le figure del discorso ecologico

Esiste una retorica del discorso ecologico? Qunado esiste non convince nessuno, perché attinge ad alcuni calchi ritenuti, erroneamente, di comune convincimento.

“Vita lunga e sana” per esempio.

Questo messaggio non è convincente nel post-moderno. Il vecchietto tutto rughe che ti sorride dalla vetrina dell’erborista e sulla cui immagine s’intrecciano slogan del tipo: “Per una vecchiaia verde” etcetera non attira nessuno, non rappresenta l’ideale di nessuno, in quanto la prospettiva di una lunga vita e serena sullo stampo dei monaci vegetariani non arride a chi si trova ad invecchiare in una società post-industriale come la nostra.

Piuttosto bisognerebbe lavorare con immagini di una salute più ambientale e meno individuale: città sana per esempio.

Cioè, in termini più generali, dovremmo spostare l’accento dalla soluzione individuale a quella generale e ambientale.

Se, tanto per fare un altro esempio, c’indirizziamo sul cibo, notiamo che tutta la campagna del mangiar sano, ma non saporito, ha registrato un fiasco colossale, col trionfo finale delle patatine fritte.

Bisogna, piuttosto, legare il concetto di cibo ecologico alla gustosità e all’immunologia.

La gustosità come recupero di quelle papille gustative che si vedono mortificata la funzione dall’eccesso di dolce e di salato che domina nei cibi confezionati. Immunologia perché sappiamo che se abituiamo il bambino da zero a dodici anni ai gusti naturali con cibi sani, senza sofisticazioni chimiche, adempiamo anche alla fondamentale funzione immunologica del cibo naturale.

Il fallimento del referendum che proponeva l’abolizione della caccia e dei pesticidi in agricoltura, si spiega largamente con l’impostazione sbagliata con cui veniva portato avanti. Intanto mancavano le giuste ponderazioni: la caccia era infinitamente meno importante, ma appariva prioritaria perché utilizzava un apparato semiosico più convincente. Il fagiano che riceveva una fucilata si ergeva a simbolo sacrificale così come il campo di bietole che riceveva gli anticriptogamici. Ma mentre l’immagine dell’uccisione di un animale crea identificazione nell’uomo, non altrettanto riesce a farlo l’uccisione di un campo di bietole. In ogni semiosi c’è bisogno di una story con personaggi e dramma. Nel campo di bietole questa story non funzionava, perché presupponeva “salti” logici troppo vistosi. La semiosi era sbagliata anche per un difetto concettuale di fondo: in ambedue i casi avveniva un delitto -contro il fagiano e contro il campo di bietole- e l’Uomo inquinatore ne era il killer. Sbagliato, o meglio, nel caso della caccia era vero, nel caso dei pesticidi no. Si doveva mostrare come i pesticidi uccidevano il consumatore, e questo non venne fatto, per lo meno nei termini dovuti, che erano quelli dell’immagine del bambino, innocente, che riceve cibi inquinanti l’organismo e non può più produrre anticorpi.

Potremmo continuare nella disamina delle immagini retoriche sfasate rispetto al nostro sentire storico, ma non è questa la sede per farlo. Ci basta dare delle indicazioni di fondo a cui attenersi in futuro.

Queste indicazioni, come abbiamo accennato sopra, consistono sostanzialmente in ciò. Come la giustizia non trionfa nella mente degl’individui, se non si crea un apparato semiosico allegorico, per cui la giustizia acquista per esempio il volto dello sceriffo e l’ingiustizia quello del bandito, analogamente non riusciamo a convincere ecologicamente gli uomini, se non riusciamo a “narrare” le vicende dell’ecologia. Un esempio di “copione” giustizialista: la piovra e l’ispettore Cattani, i politici corrotti e il giudice Di Pietro.  Ben lungi dall’adattare alle esigenze presenti un copione ecologista sempre rinnovato, gli ecologicti non hanno neppure abbandonato la prima fase, “disciplinare”, per entrare nella fase comunicativa dell’ecologia. Chi ha il volto dell’inquinatore? Tutti! Nessuno! Non c’è volto, non c’è story.

“In nome del popolo inquinato!”, ecco un tentativo semiosico, ahimé non convincente, ma tuttavia lodevole. Il popolo non può essere ripescato dalla semiosi della lotta di classe per farlo fungere da capro espiatorio della polluzione. Non convince: il popolo infatti è ampiamente inquinatore. La semiosi non funziona, si nota un’evidente forzatura “per analogia”, ma il tentativo era in direzione giusta.

Conclusioni

La nostra speranza nella nascita  di un nuovo linguaggio ecologico che ridescriva la Natura e la Cultura è la speranza nella nascita di un homo oecologicus. Cerchiamo di fondarlo per metafore.

Quest’uomo deve avere una vista multifocale: nel momento in cui mira (col teleobiettivo) ad uno scopo specifico, deve saper allargare l’angolo visuale fino a percepire l’intorno dell’oggetto mirato, cioè deve sapersi aprire a grand’angolo.

Le due dimensioni con cui uno strumento altamente inecologico come la televisione ci presenta, appiattito, il mondo, devono cedere il passo alle quattro dimensioni dello spazio reale: larghezza, altezza, profondità e tempo termodinamico.

L’atteggiamento maschilista/militare dell’homo faber, che proietta forme nella materia, dev’essere rimpiazzato dall’atteggiamento femminile/materno dell’homo oecologicus che ricava forme dalla materia (come I Prigioni di Michelangelo).

Il prodotto dev’essere progettato dal lato della domanda.

Il concetto di produzione deve configurarsi come destino di materiali.

L’ecologia deve costituire il nuovo patto sociale.

La comunicazione ecologica deve tendere a rimpiazzare le soluzioni violente, altamente inecologiche. A chi diceva all’inizio del secolo:” La guerra è l’igiene del mondo” oggi noi possiamo rispondere: “Sì, come il DDT!”

 

 

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