Paul Newman, l’eros vergine

Quintet

Non era l’eroe del distacco, l’eroe dell’addio che travolge tanti cuori di ragazze e li lascia sul margine della carreggiata per proseguire oltre. Paul Newman era l’eroe della distanza, era il felino che non si lascia avvicinare, e tanto più chiaro appare nel film “La gatta sul tetto che scotta”, dove Liz Taylor, invece, è la gatta delle carezze e degli strusciamenti. Lei si accosta quasi indifferente, in sottoveste, dicendogli che il vecchio suo padre prova una grande ammirazione per la bellezza della nuora, al che lui reagisce con schifo e lei, di rimando: “Col tempo stai diventando sempre più bacchettone”. Sembrava un profezia: col tempo si allungò sul personaggio di Paul Newman un’ombra di moralismo, un’ombra fredda che ce lo rende ancora più prezioso nella sua icona erotica, inaccostabile.

Il volto di Paul Newman si modella sul calco della statua greca che nessuna ferita riesce a deturpare, e anche quando appare scalfito, la bellezza vi resta, forse ancora più accentuata. Nick mano fredda contuso dai pugni nel penitenziario e Rocky Graziano di Lassù qualcuno mi ama, che torna a casa sempre con un occhio nero e fa spaventare la moglie, sono personaggi che lo esaltarono nella bellezza forse più di quanto lui stesso avrebbe desiderato. Perché anche nella vita era schivo e fece di tutto per restarlo.

Per questo si accampa sul suo volto l’eros vergine, la proibizione del contatto, l’aria di chi guarda sempre al di là, che non si piega a bere da nessun calice, che ti ricorda sempre un altro dovere, un’altra urgenza.

Essex, il cacciatore di foche in Quintet di Altman, porta in braccio il cadavere della moglie incinta, uccisa da un ordigno primitivo, e lo adagia sull’acqua, affidandolo alla corrente che lo porterà via, in salvo dal morso dei cani neri che si nutrono di cadaveri. Questo è stato il suo più bel ruolo di amante casto, perchè riassumeva in sé un’arcaicità che gli si addiceva: una mitologia del gesto sacrale e circospetto.

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