Non credo né a te, né a Ceausescu

A est di Bucarest

Ad Est di Bucarest,  girato coi mezzi di bordo, film simpaticissimo, ci rimprovera. Rimprovera noi, che abbiamo venduto l’autenticità per il piatto di lenticchie dell’americanismo. Loro non l’hanno fatto e producono ancora cinema autentico, immagini che pesano.

Il segreto del film sta tutto qui, nella sua “pesantezza”, in quei volti segnati dall’alcool o dal lavoro o anche dall’ozio e dall’abulia maschile, ma senza la retorica holliwoodiana. Attori che recitano se stessi, film che fanno parlare la realtà antieroica di uno squallore quotidiano non compiaciuto, non curato come nei film americani, dove se c’è lo squallore dev’essere per forza anch’esso spettacolare.

L’assenza invece di spettacolarità e l’assenza d’eroismo caratterizzano i tre volti dei protagonisti in tv: un presentatore, un vecchietto distratto e un ubriacone che fa l’insegnante di Storia. Tre destini più o meno raffazzonati che s’interrogano se e in che misura in quella città ad est di Bucarest ci sia stata la Rivoluzione che cacciò via Ceausescu. Tutto dipende dall’orologio: c’era gente in piazza prima delle 12,08 di quel fatidico 22 novembre 1989? Se sì, allora ci fu rivoluzione. Se, invece, la gente scese in piazza dopo le 12,08 la cosa non vale, perché Ceausescu era già partito in elicottero.

Intorno a questo dibattito con telefonate in diretta si svolge la seconda parte del film, mentre la prima è una lenta preparazione a spirale: una presentazione delle tre vite di questi uomini abulici dietro i quali ci sono altrettante donne concrete che sanno tirare avanti la baracca. Una di queste donne, Maria, pronuncia la frase che suggella tutto il film: Non credo né a te, né a Ceausescu!

Il film infatti è un atto di sfiducia nei confronti dell’uomo (maschio) slavo rappresentato in tutta la sua inettitudine. Insegnanti scafati che banalizzano la scuola agli occhi degli alunni, solenni promesse di redenzione dei mariti, alle quali le mogli non prestano più nessun ascolto. E il tavolo è sempre coperto di briciole e di bicchieri usati, gli abiti hanno sempre macchie o pecche di vario genere, i televisori funzionano a intermittenza, mentre per strada giovinastri impomatati commentano appassionatamente un’auto di lusso nuova fiammante acquistata chissà come e i ragazzacci fanno scoppiare fastidiosi petardi natalizi comprati da un simpaticissimo cinese, mercante di cianfrusaglie.

C’è di tutto nella linea del cinema slavo e postcomunista, ma senza compiacimenti, senza colore locale, senza nostalgia e dietro l’ironia, dietro il paradosso, si nasconde la tenerezza di un ragazzo con la cinepresa, che non crede allo “spettacolo” televisivo, ma crede molto allo spettacolo della città silenziosa coperta di neve in cui si accendono a brevi intervalli successivi le file dei lampioni che sembrano il vero addobbo natalizio in questo mondo che non sa dove andare.

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