Nevica sui “Cuori”

morante

Grande regista ovviamente (si parla di Resnais), grandi attori (salvo la Morante, che ha paura della cinepresa) e una splendida piattezza scenografica, ma il tutto e` bloccato, come incantato, nei “Cuori”. L’elemento semiotico dominante: la neve.

Non c’e` quasi scena in cui da una qualsiasi trasparenza – una finestra, una vetrina, una porta di cristallo- non appaia la neve, come una nota di fondo, una musica per gli occhi. Nella neve c’e` tutto il senso del film, c’e` la fiaba crudele, c’e` l’incertezza amorosa, c’e` la fatica della ricerca (il povero Dussollier cerca casa sotto la neve e non la trova mai), c’e` il trascorrere dei minuti, dei secondi come granelli di sabbia di una enorme clessidra, il pulviscolo di neve che cade, cade, talvolta svolazza, volteggia, ma infine cade, inesorabilmente.

Questa neve e` fuori della scena, e` sullo sfondo oppure cade come una cortina fra lo spettatore e la vicenda, ma ad un certo punto avviene il miracolo… Siamo nella casa desolata del personaggio (Arditi) che ha perso tutti gli affetti – anche il padre sta morendo in ospedale – e lui, seduto al tavolo, guarda nel vuoto, con la ragazza accanto (Azéma) che gli osserva la mano. Fuori nevica, e si vede dalla finestra, ma ad un tratto quella mano adagiata sul tavolo, che sembra di un soldato morto dentro un cappotto militare, si copre di neve. E’ illogico, la neve e` fuori, ma semioticamente e` logicissimo: la neve “cade” sui protagonisti, sulle loro mani che indicano la possibilità di un contatto, simboli di due “cuori” che si avvicinano, ma non possono incontrarsi, gelati, come sono, sotto la neve.

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