Ma quale bipolarismo?

Se le forze di centro-sinistra non se ne vogliono accorgere e puntano tutti gli sforzi sul trionfo del bipolarismo maggioritario resteranno schiacciate sotto l’evidente peso di un Paese reale che invoca già un ritorno alla grande madre –severa, conservatrice, autorevole- con ali ghettizzate a sinistra e portatori d’acqua dalla riva destra.

Da quando Berlusconi si è convertito al modello tedesco ha cominciato a cambiare la semiosi della bipolarità. Non ha più detto all’elettore che l’Italia può e deve correttamente oscillare fra due poli tutte le volte che si presenta l’occasione del cambiamento politico. Non ha detto “cinque anni loro e cinque anni noi”. Ha cominciato a dire:” O di qua o di là” cercando di far capire che non si tratta più di una questione di alternanza, ma d’inclusione o di esclusione da un’area, quella sua naturalmente. Ha cominciato a invocare una stabilità di lustri (modello Kohl) e ha fatto autocritica alla sua originaria posizione maggioritaria, un’autocritica come la fa lui, da falso ingenuo, da bambino compitante –vedremo in seguito quali frutti gli porti questa finzione.

Poi ha evocato il bipolarismo tedesco che tutti sanno che non esiste. Il passo verso il proporzionale poteva essere così brusco, bisognava conservare ancora per un po’ il termine (puro flatus vocis) di bipolarismo per consentire il graduale passaggio al modello centralista.

Come tutti sanno, in Germania esiste un modello abbastanza classico e, anzi, rispetto alla distruzione terminologica operata in Italia, direi quasi da manuale marxista. Ivi ci sono ancora i padroni e gli operai, i medi ceti e i disoccupati, l’armata di riserva degli extracomunitari e l’intellettualità legata al potere economico o alle accademie e quelle frange romantiche di ecologisti legate ad un anticapitalismo variegato, non sempre univoco negli sbocchi, ma certamente articolato ed esplicito nella terminologia: tutti dicono infatti che la battaglia dei verdi è una battaglia anticapitalistica e nessuno di loro è marxista, né postcomunista, né neocomunista, come vorrebbe Berlusconi.

I partiti tedeschi riflettono uno schema ottocentesco o meglio primonovecentesco: la vecchia Socialemocrazia e la Democrazia Cristiana si contendono il potere non come due poli, ma più semplicemente come Governo e Opposizione, i quali non aspettano la fine legislatura per rimpiazzare il “polo” avversario (linguaggio senza profondità che vede il gioco politico sullo stesso piano, come se fosse un biliardo, dimenticando la semiosi del sotto e del sopra), ma si danno da fare strada facendo acciocché le leggi che escono dal Parlamento non siano una semplice fotocopia della classe politica al governo in quel momento. La mistificazione italiana invece è proprio giunta a questo: i leaders del Polo hanno detto agli agenti di Polizia in agitazione che quando loro saranno al governo –“fra cinquecento giorni”- raddoppieranno gli  stipendi a tutti gli agenti.

Come dire: ”Palla bianca o palla rossa, quale scegli?”.

Linguaggio senza profondità abbiamo detto quello che il Polo ha imposto a tutte le forze politiche italiane che si sono fatte bellamente mettere nel sacco, pensando di essere legittimate alla modernità solo se avessero usato la metaforica del Cavaliere, largamente ispirata ai games, in special modo al gioco del calcio.

Quindi quale modello tedesco? Nessun modello, né nei contenuti reali e istituzionali, né nel linguaggio politico. In Germania la lotta di classe esiste, viene mediata dalla Politica, ma non viene esorcizzata colla mistificazione terminologica. Berlusconi parla dei disoccupati, dei poveri, degli sfruttati (forse anche dei morti sul lavoro, nostro nobilissimo primato) come di “meno fortunati” e Tremonti in TV parla del voto agli axtracomunitari come di un voto destinato alla sinistra che strumentalizza il malumore della “povera gente”. Questi deamicisiani di ritorno non sanno che in Germania da quattro anni votano gli extracomunitari e non si è verificato nessuno spostamento sostanziale del quadro elettorale. Anzi quando Berlusconi si accorgerà che l’extracomunitario può diventare un suo potenziale elettore lo conquisterà con il miraggio del posto di lavoro “brevi manu”, come quando pianse in TV e adottò un paio di famiglie albanesi.

Siamo quindi di fronte ad un rovescione del Cavaliere che annuncia forse un’epoca nuova da salutare. Un’epoca in cui in Italia si riformerà un linguaggio che tiene conto di un sopra e di un sotto, di sfruttati e di sfruttatori, di spessori sociologici che attualmente il linguaggio della Politica lascia insondati. Insomma vedremo forse la liberazione della Politica dal linguaggio berlusconiano che si è diffuso come un’edera sulle ossature della società e ne nasconde la struttura vera, e sarà un evento liberatorio.

Chi volesse analizzare questo tipo di linguaggio dovrebbe accostarsi al libro del Cavaliere, L’Italia che ho in mente, quello che tutti hanno potuto scaricare da Internet prima che andasse in libreria. Non sono bocconi ghiotti per il linguista, anzi è una noia mortale analizzarlo, come sarebbe per il critico di pittura l’analisi critica di quei quadri che si comprano al mercato sotto i portici e si appendono nell’ingresso degli ambulatori. Però quei quadri sono paccottiglia innocua, mentre la metaforica di Berlusconi è paccottiglia ideologicamente mistificante che ha già largamente prodotto il suo effetto. Ci sono delle espressioni in quella raccolta di discorsi che se venissero usate da un bambino di terza elementare la maestra le sottolineerebbe come banali e insincere. Quando entrava il padre in casa, per Berlusconi giovincello e studioso, “entrava il sole”. Oppure: “La mamma ha sempre ragione” . Non mancano gli abbracci: la sindrome delle mani tese e delle braccia aperte tipica dei dittatori, che viene sempre manieratamente temperata dalla ingenuità del fanciullino: “Se volevate impedirmi di parlare per l’emozione vi assicuro che ci siete riusciti”. Il vittimismo è straripante: lo Stato persecutore ha messo centinaia di carabinieri alle costole del Cavaliere, sono state messe in opera imprese oceaniche per distruggerne l’immagine, ma inutilmente.

Analizzare questo linguaggio ci conduce al nodo essenziale di questi tristi anni della Politica, dove il Kitsch, iniziato con la metaforica craxiana, fatta d’iperboli e d’idiomatica buonsensaia, ha travolto l’intreccio, maturato negli anni precedenti, fra analisi economica, sociale e culturale, annullando le gerarchie consolidate nel tempo, per cui dall’economia al primo posto o alla base della politica siamo passati al dominio della battuta e del cattivo gusto degli accostamenti metaforici estemporanei. Da qui al Kitsch il passo era breve, e ci si vestiva da Garibaldi per le ricorrenze. Oggi il Kitsch permane, ma si riveste di quell’altro elemento, che va oltre l’estetica del cattivo gusto per toccare le rive della cattiva coscienza.

Oggi il Kitsch si definisce come scelta di cattiva coscienza, con tutti quegli orpelli che l’accompagnano inesorabili.

Il primo di questi è l’astrattezza. Tutti hanno finito per parlare di Liberalismo, di Democrazia, di Libertà, di Pari Opportunità, di Uomo, di Donna, scritti rigorosamente con la maiuscola e per ciò stesso falsi. Il libro di Berlusconi sembra scritto a blocchi: quando ricorre un termine viene liquidato in dieci righe, sempre le stesse, sempre martellanti, stilizzate, per cui l’insieme dei concetti è sempre presente e sempre passato. Quattro anni di discorsi inossidabili, riciclati sempre nelle più varie occasioni.

L’altro aspetto di cattiva coscienza consiste nell’estrema semplificazione dei concetti: la ricetta Aznar, circolo virtuoso di risparmio- investimento a crescita infinita, non viene ormai contestata da nessuno. Nessun buon economista vi si oppone differenziando l’economia spagnola da quella italiana, né ponendo la tematica dello sviluppo compatibile con le esigenze della natura. Niente di niente.

Altro elemento di Kitsch mistificatorio è la riduzione della qualità a quantità: la qualità della vita viene ridotta a benessere e il benessere a crescita dei beni di consumo. Un ulteriore elemento mistificatorio è l’ottimismo ad oltranza: sempre il sorriso, sempre la vittoria a portata di mano, sempre la soluzione semplice e ovvia.

L’elenco potrebbe continuare.

Questo insieme di regole retoriche si è impadronito della Politica e ha creato il proprio pubblico. Siamo di fronte a quella funzione del linguaggio che nel definire crea. Quel linguaggio che imprigiona le menti perché non permette raffronto fra significante e referente, in quanto fa vergognare innanzitutto chi tentasse di mettersi alla ricerca del nesso, chi volesse confrontare le parole con la  realtà esperita sulla propria pelle.

Ma finalmente, con questo finale di partita elettorale, condotta all’insegna perfetta delle tematiche improprie e ideologiche, siamo arrivati al capolinea. La gente si è fatta sentire. Questa creazione linguistica è cresciuta a dimensione reale. Finzione per eccellenza, finzione dell’inesistente, finzione del linguaggio, finzione della cattiva coscienza tesa a nascondere le differenze fra gl’individui e fra le classi, tesa a cancellare persinanco le vecchia definizione di popolo, la gente, la creatura berlusconiana per antonomasia, ha vinto la partita.

 

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