Lizzani fra classicità e accademia

 vita

La domanda si pone sempre quando scompare un artista. In questo caso si pone in modo speciale in quanto l’origine di Lizzani regista va ricercata nel Lizzani critico cinematografico, un caso identico a quello di Truffaut. Questa sua origine lo ha perseguitato per tutta la sua carriera. L’occhio critico della cinepresa che comunque resta in studio e non diventa un occhio documentaristico all’interno di una fiction, come avviene invece con Rossellini e in parte anche con De Sica.

Regista di studio quindi con squarci di realtà che vi s’intromettono quasi per caso. La Firenze di Cronache di poveri amanti occhieggia qua e là, ma non viene indagata, sarebbe bastato poco all’epoca, ma Lizzani ricostruì in studio via del Corno e poi vagò con la cinepresa un po’ sui tetti della città, quindi affrontò (male, in termini cinematografici) l’inseguimento di Maciste da parte dei fascisti e condusse lo spettatore in parte per improbabili periferie industriali, in parte per il centro cittadino affollato di opere d’arte e sulle scale della chiesa di San Lorenzo fece cadere Maciste sotto il piombo fascista e mostrò il corpo riverso sulla scalinata attraverso le fiamme del sidecar incendiato, come se si trattasse del rogo di un Ettore del nostro tempo.

Ecco, tutto questo è classico o accademico? Io, in questo caso, propendo per il classico, mentre la scena dell’arresto di Mario in Piazza Signoria, con il bacio d’addio a Milena prima di venir tradotto in carcere, è una patacca accademica, un cammeo d’immobilità espressiva, un cedimento al simbolico a poco prezzo.

La telefonata di Edda Ciano con il padre (Mussolini) ne Il processo di Verona che termina con il lancio del telefono e il crollo di Edda sopra una rete di materasso a maglie larghe, seguita da un rapido e rocambolesco capovolgimento della cinepresa che inquadra dal basso la protagonista (Silvana Mangano) ingabbiata nella rete, con le dita contratte sulle maglie di ferro, fa parte anch’essa delle scene accademiche di Lizzani.

Mentre ci sembra classico, di una classicità americana, l’inseguimento della polizia in Banditi a Milano dove il troppo lodato Gian Maria Volonté introduce invece elementi accademici, essendo lui stesso un accademico-trasformista in quasi tutte le sue prestazioni cinematografiche.

Antiaccademico per eccellenza, invece, Ugo Tognazzi interpreta La vita agra con grande freschezza e introduce tutti quegli elementi individuali, tutte quelle scorie, che fanno dell’attore sempre un uomo riconoscibile dietro la maschera di scena.

Anche dietro la maschera di scena del Mussolini, ultimo atto interpretato da Rod Steiger si nasconde una grande sensibilità di uomo-attore. E qui si può aprire una riflessione di carattere generale, e cioè se sia lecito far interpretare a grandi attori (Rod Steiger, Bruno Gans) il ruolo di mediocri personaggi storici come Mussolini o Hitler. Forse sarebbe stata una scelta meno accademica far interpretare a Rod Steiger la parte del capo partigiano e a un qualche mediocre comprimario la parte di Mussolini, ormai marionetta disarticolata assistita dalla isterica e visionaria Petacci.

Lizzani ha oscillato continuamente fra classicità e accademia e quando la classicità nel Cinema è finita, lui non ha saputo virare come fece Buñuel in modernità e si è aggiornato scegliendo temi di attualità giornalistica, Lutring, Cavallero, mamma Ebe, credendo di afferrare così un lembo della società italiana che stava cambiando, che per la verità era cambiata da un pezzo rispetto ai suoi tempi migliori, quando nacque il migliore dei suoi  film: Achtung banditi.

 

 

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