L’italiano del Cavaliere

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‘Dobbiamo far vincere il buon senso dalla parte dei sindacati e io garantisco che ci sarà dalla parte del Governo’.

Con una delle sue frasi apodittiche, spesso chiasmatiche, sempre enfatiche, il Cavaliere ha voluto esprimere un suo decisivo punto di vista sulla vexata quaestio dell’Art. 18 e lo ha fatto, come al solito, sbagliando le preposizioni, confondendo cioè “da parte di” con “dalla parte di”.

Enzo Biagi fece già osservare come il sodalizio con Bossi non avesse contribuito a migliorare l’italiano del Cavaliere già di per sé molto fragile.

E’ possibile che abbia avuto un’adolescenza leggermente dislessica dai salesiani o che, come suppongo io, abbia preso fin da piccolo il viziaccio di voler trovare “in tempi rapidi” la parola appropriata e che, come spesso accade ai balbuzienti, si precipiti, incespicando, sull’asse paradigmatico alla disperata ricerca della nota giusta, come forse faceva sul manico del contrabbasso quando suonava con Felice Confalonieri.

Eh sì, piccole spie di grandi scenari. Quell’incespicare parlando, quel prender tempo dicendo sempre “eh, e-eh”, mentre la sua mente cerca l’espressione giusta, sono forse una piccola chiave che apre un grande mistero. Da bambino si sentì forse trascurato dal padre e cercò sempre disperatamente d’inserirsi “per primo” nel discorso, da scolaretto compitante e desideroso della lode. Quindi fin da piccolo sentì un oscuro elemento di minaccia provenire dal  mondo che lo circondava: la concorrenza degli altri esseri parlanti, e decise di batterla. Così, come un concorrente allo sbaraglio in tv, che preme sul pulsante prima ancora di aver finito di udire la domanda del presentatore, Lui ha preso l’abitudine di rispondere ancor prima che venga interamente formulata la domanda. E siccome non è molto intuitivo né linguisticamente troppo creativo, si affida, parlando, a dei calchi idiomatici già pronti, che gli scorrono dinanzi agli occhi della mente, come scritte luminose. E Lui cerca di acchiapparle al volo, quelle scritte, le rincorre, le anticipa: novello Doktor Caligari che insegue le frasi affioranti sui muri della sua clinica psichiatrica “Du musst Caligari werden, du musst Caligari werden!”. In questa corsa Lui anticipa l’ordine delle sillabe precipitandosi sull’asse sintagmatico come un suonatore che invece di fare do-re-mi suona re-mi-do e afferra parole al volo sull’asse paradigmatico come un suonatore che sbaglia rigo o spazio e invece di un la prende un do, invece di un sol prende un si, ma poi si accorge che non va bene, dice “eh, e-eh”, torna indietro per aggiustare il tiro, e via e via, avanti così, sempre in affanno. Questo è il senso penoso che il suo parlare compitante trasmette all’ascoltatore. Ci voleva solo Vespa per chiamarlo “grande comunicatore”.

In realtà quello scheggiato farfugliamento provoca un senso di “adozione comprensiva” da parte dell’ascoltatore che sa già dove l’oratore vuole andare a parare e lo segue, si fa per dire, quasi lo conduce per mano, lo anticipa con la mente, lo aiuta in cuor suo a terminare il pensiero, sempre ovvio, sempre prevedibile. E finalmente ce l’ha fatta. L’ascoltatore tira un sospiro di sollievo. E Lui trionfa, raggiante. Io penso che il povero ascoltatore sia preso da quella strana sindrome che si potrebbe chiamare sindrome del silenzio intorno al balbuziente.

Immaginate il silenzio che si crea intorno al comizio improvvisato dal cane di Pozzo in Aspettando Godot di Beckett, il povero uomo-cane che entra in scena a quattro zampe, tenuto a guinzaglio da Pozzo, con il collo già escoriato dal collare e che tace rassegnato e nessuno si aspetterebbe mai che ad un tratto possa alzarsi su due zampe e tenere un lunghissimo comizio. Quando invece ciò accade, nel buio della sala si fa silenzio profondo.

Il silenzio intorno al balbuziente ha anche un’origine più subliminale: lo spettacolo.

Avete presente quando un cantante, che pure non ci piace, sta facendo una stecca? Cosa genera in noi che lo ascoltiamo? Sofferenza. Avete presente quando al giocoliere cadono a terra le palline, i piatti o i bastoni con cui sta esibendosi in un numero di bravura? Cosa proviamo noi spettatori? Vergogna, sofferenza, disagio.

Tutti questi sentimenti nascono nello spettatore quando parla e gesticola Berlusconi, quando si atteggia nella posa del braccio sinistro disteso e del braccio destro ripiegato, con una mano troppo tozza che tormenta una penna stilografica a disagio di star lì a non far nulla, quando si volge verso l’interlocutore e sorride in attesa della domanda, quando dice “Eh, e-eh…” e non trova le parole per proseguire, quando si avventura in un teorema scontatissimo e che tutti ascoltano come si ascolta col fiato sospeso uno scolaretto che recita una poesiola.

Quindi la sua mediocre loquela, le sue citazioni sgangherate (“Mi fa tremar le vene ai polsi” invece di “Mi fa tremar le vene e i polsi” dal primo canto dell’Inferno), la sua impacciata fisicità, la sua totale mancanza di eleganza nel vestire e nel muoversi spiegherebbero questa sorta di mossa a compassione del pubblico nei suoi confronti e qui scatterebbe l’altra faccia –veramente diabolica- del Berluska stenterello, povero perseguitato e bisognoso d’affetto e perfinanco di soldi, che fece esclamare Maurizio Costanzo rivolto al pubblico del suo Show:”Facciamo una colletta?”. Allora si rivelò tutto il pericolo dell’atteggiamento adottivo del pubblico nei confronti del balbuziente: accettarlo significa accettarne tutta la finzione, prenderne sul serio le più infami bugie, persino quella di essere povero.

E qui ci avventuriamo ancora su un terreno impervio, quello mitopoietico. A forza di pianti, di lamenti, di bugie e di balbuzie il bambino t’induce a giocare con lui, ad accettarne la finzione che tu immagini provvisoria, ma lui no. Bisognerebbe fare l’elenco delle parole mitopoietiche  che il Cavaliere ha pronunciato, che il pubblico ha ascoltato, accettandole con un sorriso tollerante, e che sono rimaste come pietre miliari.

Berluska parte con il suo dibattito con Occhetto nel lontano 1994 prima delle elezioni, dicendo che lui lavora. Ora immaginiamoci cosa significava all’epoca dire questo al segretario del partito storico dei lavoratori! Nessuno gli obiettò che forse lui intendeva lavoro in un’accezione semantica molto diffusa che comprendeva anche quella di sfruttamento del lavoro altrui. Per molto meno si era inalberato Marx un secolo prima, quando polemizzava con l’ipocrisia linguistica corrente che definisce “datore di lavoro” proprio colui che  invece “ti prende il lavoro”.

(Questo locus retorico del Cavaliere-lavoratore è sopravvissuto  fino ai nostri giorni, fino in Canada nel blindatissimo G8, dove lo ha seguito fedelmente: “Mentre gli altri capi di Stato ammiravano il paesaggio, io lavoravo”).

E qui ci avviciniamo al Cavaliere-operaio. Siamo al congresso dei DS al Lingotto, e Berluska dice:

“Hanno trasformato un tempio del Lavoro in un tempio dell’Odio” e continua “Noi non siamo il partito dell’Odio, ma quello dell’Amore” poi conclude che gli ex-comunisti sono mercenari e Lui è un lavoratore. Siamo molto vicino all’immagine mitica dell’operaio di Arcore con cui svolgerà la campagna elettorale:

“Quando sarò primo ministro non mi vedrete, sarò l’operaio che lavora nell’ombra per il bene del Paese”.

E’ diventato primo ministro e anche ministro degli esteri e si è permesso ogni sorta di show. Lo abbiamo visto in tutte le salse: mentre saluta i telespettatori sorridente e distratto al ricevimento dei capi di Stato stranieri durante il G8 a Genova e giù giù fino alla foto di gruppo con corna dalla Spagna, passando per il prosciutto di Parma e il “pesce volante del Baltico” (si dice del merluzzo “pesce veloce del Baltico”, ma lui nella sua fretta compulsiva ha afferrato l’aggettivo nello scaffale superiore a “veloce” sull’asse paradigmatico e ha trovato “volante” proprio per quel fenomeno nevrotico descritto all’inizio).

Dopo l’Operaio ha anche esperito la figura del Contadino e del Commerciante, ma tutt’ad un tratto ha capito che forse in Italia parlare di “operaio” o comunque di ceti sociali solleva un ricordo di grandi lotte e di pericoli sovversivi e sa troppo di sociologia, e così è tornato al lessico familiare: Lui è il padre: “Io sono un pater familias…” ripete spesso. Poi passa anche ad altre forme di affetto familiare:“Ho avuto l’impulso di prendere in braccio la piccola Meriem, le ho detto vieni che ti faccio vedere dove lavora lo zio Silvio”

Il passaggio da padre a zio non è stato l’ultimo, ma ha conosciuto un’ulteriore trasformazione. Quando Renzi è apparso all’orizzonte della politica nazionale con la parola d’ordine della rottamazione ha avuto nei confronti di Berlusconi l’atteggiamento più affettuoso che si potesse immaginare: “Macché Caimano, io lo chiamo nonno Silvio”  e questo fu adottato dall’intera Nazione.

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