Le vite degli altri

martina

La traduzione italiana è più bella e più pregnante dell’originale titolo tedesco (Das Leben der anderen, La vita degli altri) in quanto, mentre la parola Leben (vita) in Tedesco non ha plurale (secondo una tradizione romantica, per cui il concetto di vita è singolare e generico) in italiano le vite indicano gl’individuali percorsi di vita che una spia, ad esempio, dovrebbe saper percorrere e controllare in casa altrui. Siccome però nel caso della Stasi si tratta di spionaggio repressivo, questo percorso manca, c’e` solo il tentativo di scoprire la devianza della singola esistenza privata dall’ideologia dominante pubblica per poter poi inchiodare il sospettato e condannarlo, secondo l’assunto kafkiano per cui il sospettato è già condannato. Questa è la prassi: ti metto alle calcagna la Stasi e la Stasi, frugando nella tua esistenza privata, di certo troverà qualcosa che non collima con l’ideologia dominante. A quel punto la tua carriera politica, culturale, diplomatica o semplicemente professionale sarà finita.

Questo e` il quadro generale entro cui si muovono pochi personaggi, ben definiti, a tutto tondo.

In questo quadro ecco che però la spia (Ulrich Mühe) scopre effettivamente le vite degli altri e questa scoperta lo sconvolge, l’ossimoro per cui la pluralità delle vite mette in risalto la singolarità della vita costituisce il grimaldello che riesce ad aprire la coscienza a lui, maestro di grimaldelli e bravissimo nell’aprire le porte degli appartamenti altrui.

Il senso del film sta tutto qui.

A questo punto si apre l’interpretazione vulgata o ricezione che dir si voglia che in Germania annega nel mediocetismo: si critica la Stasi come intrusione nella privacy del cittadino. Questa che, a ben vedere, è la cosa meno importante rispetto al dato politico dello Stato normalizzatore di coscienze e repressore della devianza politica, diventa nella coscienza a-politica del tedesco di oggi la cosa essenziale, come se lo scandalo in fondo consistesse nel fatto che la Stasi ti piazza una cimice sotto il letto…

Il film rientra nel nuovo-nuovo cinema tedesco che ricostruisce percorsi interrotti, riscopre Fassbinder degli anni sessanta, riapre un occhio sulla Resistenza al Nazismo, confeziona, com’era nella sua tradizione, prodotti artigianalmente ben strutturati con attori d’impianto teatrale che reggono allo scavo interiore (Alexander Held ne La rosa bianca), con illuminazione radente e il buon vecchio primo piano espressionista.

Se c’è qualcosa di inequivocabilmente tedesco in questo nuovo-nuovo cinema è la pesantezza delle figure. Una pesantezza che avevamo dimenticato: corpi femminili carnosi, non belli, sensuali. Grande maestra di questa fisicità è Martina Gedeck che dalla pudicizia di Bella Martha (la cuoca-suora) passata attraverso alla trasognata trasgressività delle Particelle elementari, offre qui ne Le vite degli altri un abbandono femminile che riassume la prostrazione di un popolo di fronte ad un potere poliziesco: cede il proprio corpo al burocrate di partito per poter continuare a lavorare in teatro. Pesantezza dimenticata in un panorama generale di cinema di evasione, pesantezza che ci riporta alle origini materiali della sottomissione sociale e ricorda il destino di eroine da romanzo del dopoguerra tedesco che si prostituivano per una pagnotta.

 

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>