L’architettura di cristallo

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“Sembra facile affermare che qualcosa è indescrivibile. Delle notti di luce che l’architettura di cristallo ci porterà non ci resta però nient’altro da dire che sono veramente indescrivibili. Si pensi ai riflettori piazzati su tutte le torri di vetro e in tutti i veicoli volanti e si pensi ai fari di tutti i colori dell’iride, si pensi ai treni, anch’essi tutti colorati, e vi si aggiungano le fabbriche, in cui anche di notte splende la luce che attraversa le loro vetrate colorate. E poi si pensi ai grandi palazzi e alle cattedrali di cristallo e alle ville o simili – o anche ad altre costruzioni tipo città- sulla terra ferma o sull’acqua – qui spesso in movimento – ­e sempre di nuovo altre acque e sempre di nuovo altri colori. Da Venere e da Marte  sgraneranno gli occhi non riconoscendo più la faccia della Terra. Forse allora gli uomini vivranno più di notte che di giorno. E gli astronomi costruiranno i loro osservatori in silenziose gole di monte o su altipiani, ché questa sterminata marea di luci colorate potrebbe avere effetti di disturbo sull’osservazione del cielo. E tutto ciò non è frutto del pensiero moderno – anche i grandi architetti del Gotico l’avevano in mente, non dimentichiamolo.”

Questo brano un po’ strambo è tratto dal libro Die Glasarchitektur di Scheerbart (1914) e tradisce un antico sogno dell’umanità. L’autore era un uomo abituato a vivere in mille ristrettezze, ma era come se non se ne accorgesse; le lasciava tutte alla moglie le questioni di sopravvivenza quotidiana e lei lo assecondava in tutto, lo subiva, lo proteggeva come una guardia del corpo (la chiamavano l’orso), mentre lui fantasticava e sognava, redigendo romanzi di fantascienza, dove la fantasia era certamente sovradimensionata rispetto alla sua sventurata compagna di viaggio, la scienza appunto.

Qui, nella sua Architettura di cristallo,  si profetizza il raggiungimento di uno stato del mondo che a giusto titolo si può definire indescrivibile. Infatti come descrivere un oggetto tutto luce? Quando l’osservatore posa l’occhio su di un oggetto, infatti, lo vede definito dalle sue parti in ombra, lo vede, appunto, per il fatto che gli nega esistenza. Che cos’ è infatti l’ombra se non la morte dell’oggetto? Noi diciamo che la luce ci rivela l’esistenza degli oggetti, ma in realtà, per vederli abbiamo bisogno di un fondo di contrasto, di morte e d’ombra.

Gl’impressionisti si buttarono a dipingere en plein air quello che era il loro tema essenziale e ricorrente, la luce. Non videro più oggetti definiti, ma riverberi di luce che colpivano la retina. Tolsero valore alle tematiche – un barcaiolo sulla Senna per loro poteva risultare più interessante di un cardinale o di un ministro: loro inseguivano la luce…-.

Inseguire la luce, ecco l’antico sogno dell’umanità.

Un sogno assurdo, ma sempre ricorrente, ché la luce è Vita, Sole, Dio o quant’altro mai vogliamo mettere all’apice della visione. E questo inseguimento mise anche gambe ai popoli, se è vero, com’è vero, che le grandi migrazioni etniche seguirono sempre il corso del sole.

Ma la cattura della luce, come cattura d’immortalità, si materializzò nei cristalli. L’osservazione che il cristallo trattiene un massimo di lucentezza equivalse a dire che trattiene un massimo d’immortalità. D’altra parte l’estrema lucentezza si univa spesso all’estrema durezza che può significare a sua volta durevolezza, capacità di durare nel tempo. La luce e la durezza fondavano l’idea d’immortalità. I principi del Rinascimento si rovinavano in acquisti di pietre preziose credendole portatrici di virtù curative, quindi di nuovo portatrici della capacità di far durare nel tempo chi le possedeva.

Quando van Heyk ritrae i coniugi Arnolfini di Lucca, pone alle loro spalle uno specchio convesso, lucentissimo, che li accoglie come in una sfera magica, prendendoli di spalle, a loro insaputa.

Il loro ritratto è un tentativo d’immortalità: sono fissati non sulla tela, ma nella sfera di cristallo e quindi sono fissati per sempre.

Anche l’architettura spesso si misura con la cattura della luce negandosi, abbattendo le pareti, aprendo le finestre, scoperchiando i tetti, negandosi appunto, perché la costruzione è un habitat che assomiglia ad un abito: fascia la vita privata come un abito nasconde il corpo agli sguardi indiscreti del mondo. E questo negarsi per aprirsi alla luce è anch’esso ricerca d’immortalità, in forma di assolutezza, come nella novella indiana del re nudo o nel finale di Prêt-à-porter di Altman, dove il vestito viene negato e il re cammina nudo in corteo e le modelle sfilano nude in passerella. Ma è solo un lampo, perché l’architettura trasparente, la città di luce, farebbe scomparire, come l’abito negato, proprio uno dei dati più affascinanti della città : l’estrema vicinanza delle esistenze e la loro totale privatizzazione.

Anche Scheerbart accenna a quella  negazione della morte che si rileva nella cattedrale gotica, dove le vetrate, negando le buie pareti, rappresentano una cattura d’immortalità, riversando nella chiesa il cielo istoriato di leggende sacre, connotato di segni e di scritture, tatuato dall’uomo. Ma questa negazione di morte rientra nei sogni che sanno di essere soltanto dei sogni, e non si affacciano neppure sull’orlo dell’utopia, non chiedono di essere realizzati, ma solo di essere sognati. Perché in realtà la cattura della forma di un oggetto, che sia artistico o architettonico poco importa, si fa recingendolo di ombra, e il cristallo che stringi nella  mano è l’unico talismano d’immortalità.

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