L’amante inglese

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Ma cosa c’entri l’amante inglese come titolo non si capisce per tutto il corso del film. In effetti l’originale Partir significa la separazione da qualcosa, da qualcuno. E’ quello che capita a lei, Kristin Scott Thomas, la splendida protagonista quarantanovenne con un piglio interpretativo degno di una Julianne Moore. Capita più a lei che a lui, Sergi Lopez, ottimo maschio orsacchiotto, questa avventura sentimentale dalla quale il protagonista maschile sembra pronto a ritirarsi in ogni momento a causa di tutte le difficoltà e di tutti gli ostacoli “borghesi” che insorgono insistentemente nel corso di tutta la storia.

La regista ha voluto sottolineare fino in fondo il lato femminile della vicenda, la dimensione psicologica e sociologica della donna “prigioniera” di uno status sociale privilegiato, pagato al caro prezzo della rinuncia all’amore, o alla vita, se preferite.

Il marito non capisce niente di lei, forse non è un mostro, ma lo diventa seguendo tutti gli orpelli dell’ideologia borghese: i figli, l’unità della famiglia, il passato felice, i privilegi del presente, la dipendenza economica della moglie da lui, medico affermato.

Questa ideologia non riceve nessuna risposta, né dalla moglie, né dall’amante di lei. I due protagonisti sono socialmente muti.

La regista capisce benissimo  -e questo è il suo touch femminile- che la vicenda d’amore “prescinde da…” e, ciò facendo, s’inserisce nella tradizione letteraria europea, dove amori interclassisti e relazioni “impossibili” abbondano.

La vicenda d’amore prescinde dai rapporti di classe. Il marito la rimprovera con sarcasmo: definisce la vicenda come l’infatuazione della borghese per il proletario, ma la moglie non risponde. Tutte le scene che la vedono inquadrata nel suo ambiente familiare la vedono afasica. L’innamoramento le ha tolto la parola, è diventata irriconoscibile agli occhi del marito e degli stessi figli, è, come si suol dire, “partita”, esattamente come dice il titolo del film.

Dall’afasia la donna scivola lentamente in uno stato di “deregulation”, di allentamento dei freni inibitori del comportamento sociale, fino a varcare la soglia del socialmente proibito. Ruba.

Il punto di caduta della vicenda sta proprio nel delitto contro la proprietà compiuto dagli amanti.

La storia finisce qui, di fronte a questo muro oltre il quale non si può andare.

Ma la regista non ha deciso di fermarsi, e, come in ogni tragedia, ci deve essere una nemesi, una giustizia compensativa, o anche, se volete, una vendetta a suggello di tutto.

La regista ha scelto l’atto che sta fra il reale e il sognato, e non ne percepisci la differenza. L’orrore del delitto cruento, alla fine, si sposa con la vaghezza (intesa anche come bellezza) di un paesaggio sconfinato che fa dimenticare l’angustia degli spazi domestici e sociali.

Cosa resta alla donna se non il sogno e la vendetta?

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