La rete non dimentica

In una polemica su Twitter sorta per una citazione ripescata da un discorso di Rodotà sul movimento di Grillo e che suona: “Il tessuto di questi movimenti è estremamente pericoloso. E rischia di congiungersi con quello che c’è in giro nell’Europa. A cominciare dal terribile populismo ungherese al quale la Ue non ha reagito adeguatamente”, un aderente-dissidente del movimento 5Stelle aggiunge: “La rete non dimentica”.

Ma proprio qui sta il problema: che tipo di memoria possiede la rete? La cosa essenziale infatti è chiarire “il modo” in cui gl’individui ricordano. Si dice popolarmente che ci sia una memoria volta al bene e una volta al male. La prima selezionerebbe le informazioni da immagazzinare cancellandone il lato doloroso, la seconda invece le selezionerebbe e immagazzinerebbe proprio considerandone gli aspetti negativi, come volesse tenersi in serbo una sorta di vendetta da esercitare, in seguito, sul mondo. Ricordare il male ricevuto, ricordare i dolori sofferti, forse, rivela i lati oscuri del carattere individuale, la sua sostanziale vendicatività, mentre la memoria delle cose buone, piacevoli, divertenti connoterebbe una individualità come sostanzialmente ottimistica e tendente al perdono.

Quindi, precisiamo: c’è memoria e memoria, sia a livello individuale che a livello di scrittura storica.

Invece, tutto quello che finisce in rete non corrisponde a nessuna delle due forme di memoria che caratterizzano gli umani perché si neutralizza, si appiattisce, resta eternamente giovane, come fosse stato scritto cinque minuti prima. Resta fuori del Tempo e quindi della Storia.

Aprire internet significa anche inorridire, leggendo cose scritte dieci anni fa e che sembrano scritte oggi. Questa valanga di notizie eternamente presenti deve la sua eterna giovinezza al supporto mediatico: lo schermo. Mentre la pagina del libro o del giornale ingiallisce col tempo, lo schermo resta sempre nuovo. Lode a chi riuscirà a trasmettere dallo schermo le crepe del tempo (non è impossibile), per cui un articolo di venti anni fa si dovrebbe presentare allo sguardo in tutta la sua vecchiaia, acquistare col tempo il fascino del manoscritto reso quasi illeggibile dal passare degli anni.

Ma questa fantamediatica operazione non verrebbe ben accolta dalla rete, la cui pretesa resta sempre e comunque l’eterna validità, l’eterna attualità.

Un ossimoro, certo, ma noi viviamo nell’epoca degli ossimori! Viviamo in un mondo dolce-amaro dove il più spinto localismo si sposa con la più ampia globalizzazione, dove la tradizionale statolatria del fascismo si sposa col peggior liberismo antistatalista creando il fascismo liberista, dove la tradizione comunista rivendica iniziative di privatizzazione dei beni comuni.

E così, prigionieri del maeslstrom degli ossimori, argomentiamo ormai col piede su due staffe: da un lato usando interi blocchi d’ideologia, dall’altro tentando delle sortite dissacranti in terreni mentali off limit.

E’ stato il caso dell’elezione del Presidente della Repubblica che ha visto il web impazzire nei due sensi. Si cavalcava per momenti l’ideologia del super partes e poi si andava a stanare nei più reconditi recessi delle varie biografie i momenti di estrema partigianeria. D’altronde tutto il dibattito iniziato da Berlusconi in tema di elezioni presidenziali era stato improntato ad una concezione biecamente spartitoria dei poteri statali: voi avete i presidenti delle Camere, noi vogliamo il presidente della Repubblica. E in un eccesso d’impudicizia il cavaliere candidava se stesso all’alta carica oppure, in seconda battuta, il fedele Gianni Letta. Nello stesso solco si argomentava lavorando sulla  linea del tempo: finora i Presidenti della Repubblica sono stati di sinistra, ora ne vogliamo uno di destra.

Poi il dibattito prendeva derive ancora più inquietanti, per cui Rodotà o veniva additato come grande costituzionalista oppure come bieco ideologo della sinistra, da equiparare alle toghe rosse. Napolitano, padre della Patria, salvatore della Repubblica o strumento nelle mani di sinistri poteri. Uomo forte e sicuro oppure vecchio docile e servizievole.

Per quale motivo il linguaggio del web, col coraggio dell’anonimato, assume questi due aspetti: ufficiale e dissacrante insieme?

Manca la dimensione storica, sul web, il filtro di riflessione, ed ecco che il passato di comunista del nostro Presidente diventa, brutalmente, argomento di attualità, come il passato piduista di Berlusconi o il passato craxiano di Giuliano Amato o il passato democristiano di Marini. Tutti passati che si ripresentano come presenti e che vengono usati come presenti nell’argomentazione politica.

La battaglia della memoria, fatta propria oggi un po’ da tutti, rischia di essere una battaglia di citazioni astratte. La dimensione storica, ma a ben vedere anche geografica, si annulla sul web. Sul web tutto è presente e tutto è vicino. Citare un fenomeno occorso in Norvegia o in Australia acquista lo stesso peso che citare un fatto italiano. E’ il web che ci suggerisce che il mondo è un villaggio globale, anche se il mondo nel frattempo si è molto differenziato rispetto alla presunta deriva omologante, ripetuta fino alla sazietà a partire dai lontani anni ’70 del secolo scorso.

A dispetto del fatto che tutto il mondo vesta Benetton, le differenze fra noi e i nostri cugini francesi si sono fatte più grandi rispetto la passato, e lo stesso vale per gli spagnoli di cui ormai da tempo non siamo più capaci di prevedere le reazioni culturali o politiche, senza parlare degli inglesi o dei tedeschi.

Alla piattezza del linguaggio del web si affianca quindi una piattezza della memoria, di una memoria che ha perso la dimensione del tempo e dello spazio.

Ma anche la dimensione sociologica scolora sul web, si annulla soggettivamente in chi partecipa per esempio ai vari forum.

Il forum sembra essere il luogo privilegiato del libero scambio d’idee fra eguali (sic!), dove si realizza il motto: ognuno vale uno! Il forum si presenta come la grande camera di compensazione delle differenze di classe e di ceto, di mestiere e di cultura. Nel villaggio reale le affermazioni uscivano dalla bocca di persone reali: c’era l’opinione del farmacista e del barista, dell’operaio e del professore, nel villaggio virtuale ci sono solo le opinioni di uomini mascherati dietro sigle più o meno fantasiose: orso@marsikano risponde a stella@maris che aveva interloquito con senonora@quando che aveva dissentito violentemente da acqua@keta , e via dicendo.

Il Medioevo pensò la Morte, che con la falce fienaia taglia la testa del ricco come del povero, come la grande giustiziera finale, Totò la pensò come A’ livella che descrive il dialogo nella tomba fra un nobile e un netturbino, divenuti finalmente eguali, oggi basta pensare alla funzione-finzione del web e le varie citazioni “astratte”, senza tempo né luogo, senza lo spessore dell’esperienza umana individuale e collettiva, che ti senti in un campo sterminato, disseminato di lapidi piene di citazioni, di frasi consolanti o minacciose, ammonitrici o ammaliatrici, ma prive del corpo di chi le pronuncia: in un paesaggio di anime morte.

 

Nino Muzzi

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