La regressione iconica

E’ vero che Spengler in quel suo libraccio sul tramonto dell’Occidente parla di segni di decadenza che si manifesteranno o si manifesterebbero in un accentuato formalismo e decorativismo (sembra di leggere Adolf Loos…) che invaderebbero il mondo delle arti -e un segno di questa tendenza ho pensato per lungo tempo di poterlo scorgere nel modo in cui gli allievi curano la scrittura (soprattutto di Smemoranda o altre agende scolastiche) coltivando tutti i possibili grafismi e ghirigori e impastandoli di feticci (il biglietto del cinema e via dicendo). Ma ripensandoci bene mi sembra più percorribile l’ipotesi di un ritorno all’iconicità che mi è venuto a mente guardando le foto dell’ultima manifestazione per Berlusconi a Pza del Popolo e ricollegandomi al fenomeno più vasto di questi ultimi cinque anni: facebook.

Marcel Duchamps inventa l’ostensione dell’oggetto come risposta alla musealità tradizionale, il suo gesto vale come urto polemico contro il castello di carte della musealità che per la sua stessa esistenza battezza l’opera d’arte, come il marchio fa con un vino doc.

Ovviamente chi percorse e percorre la linea di Duchamps fa una regressione nella asocialità. Non tutti lo sanno, ma c’è anche chi lo fa di proposito. In questo articolo mi prefiggo di spiegare il fenomeno nella maniera più piana.

Se io mi trovassi in Cina o in Giappone o in qualche altro luogo dove la lingua e i costumi sono molto diversi dai nostri e volessi chiedere dove si trova una piazza o un monumento, aprirei la guida turistica e mostrerei al primo passante l’immagine fotografica di quella piazza o di quel monumento, convinto che il passante capisca senza equivoci cosa voglio o dove voglio andare.

Questo livello di rappresentazione venne definito da Peirce “icona”. Una foto è per eccellenza l’icona di qualcosa, anche se Umberto Eco negli anni settanta si sdilinquì in una capsiosa diatriba anti-iconica che sinceramente non portava da nessuna parte (e in seguito lo riconobbe lui stesso). Quindi il livello iconico di un segno è il livello più universalmente accettato, ma anche il meno elaborato. Qui sta il punto. Se allo stesso cinese o giapponese mostrassi un nostro segnale stradale (di parcheggio, di divieto di sosta e cosí via) probabilmente non mi capirebbe, in quanto quel segno è stato elaborato da una civiltà (la nostra) fortemente diversa da quella cinese o giapponese, già a partire dall’alfabeto. Togliendosi dal segno iconico la comunicazione si fa più difficile. Ogni civiltà crea i sui segni, accumulando dati culturali, che la caratterizzano e la individuano appunto come una determinata civiltà.

L’esercizio diffuso del turismo di massa, mettendo in contatto i popoli più diversi, ha avuto bisogno di una semplificazione notevole per permettere un minimo di comunicazione. Il risultato linguistico più riconoscibile è rappresentato dall’Inglese da spiaggia o Inglese esperantizzato. Quella specie di pasticcio che usano i giovani per capirsi a livello mondiale.

L’interiorizzazione del fenomeno turistico è stata grande in questi ultimi trenta-quaranta anni, tanto è vero che si potrebbe intraprendere uno studio sociologico su quanto di turistico residua in ognuno di noi anche quando andiamo a visitare i luoghi natali. Secondo me molto. Il processo di musealizzazione del paesaggio urbano, e non solo, ha contribuito molto in direzione di rendere tutti dei turisti in casa propria. Se la Kristeva alla fine degli anni ottanta individuava il fenomeno di estraneità a se stessi, rileggendo Freud, oggi la fatica diventa molto minore: chiunque capisce che si può vivere come turisti della vita. Diventare stranieri è un possibile registro, forse addirittura un ri-battesimo, forse un’autodifesa.

Non è solo il fenomeno turistico che deve essere evocato a tal proposito, bensì anche l’altro, ben più grande e inquietante, della perdita dell’identità lavorativa, il fenomeno del precariato diffuso e interiorizzato che fa vivere la vita a sprazzi, con discontinuità.

In termini filosofici ciò fonda una fragilità dell’essere, in termini semiotici una difficoltà nel significare e quindi nel comunicare.

La tecnica ci aiuta in tal senso. Oggi la digitalizzazione di testi e d’immagini è un dato quotidiano che, comprimendo il messaggio in modo iperbolico, permette la trasmissione a distanza di enormi quantità d’informazione. Se prima, all’epoca della pagina scritta e stampata, la capacità di riassumere un testo era richiesta innanzitutto come una forma di economia del tempo, dello spazio e del materiale, oggi spedire un intero romanzo via e-mail in formato Pdf è diventato un gioco da ragazzi. Chi si mette più a riassumere un documento? Tutt’al più s’interviene con l’evidenziatore. Lo stesso vale per il passaggio dalla foto (icona universalmente compresa) al simbolo o al segnale (codifica socialmente definita). E’ una fatica inutile! Che ci vuole oggi a spedire una foto per e-mail? Che ci vuole a conservare centinaia, migliaia d’immagini nei vari supporti elettronici?

Allora, ecco che si assiste ad una regressione, una regressione verso il livello di minore elaborazione, il livello di codifica zero. Quel livello in cui (sia detto paradossalmente) non si dice più “sedia”, ma si mostra l’immagine di una sedia.

In un contesto del genere si sviluppa l’Arte come arte ostensiva: le istallazioni. Le istallazioni lavorano con segno iconico che demanda allo spettatore più che il compito di una libera interpretazione quello di una libera interpolazione: ognuno può, per così dire, “partire per la tangente”.

Tutta la comunicazione su Facebook è fatta di pochissime parole e molte immagini, molti video, molti link e via dicendo. Facebook non può neppure essere interpretato come una forma teatrale, in quanto le immagini di sé che ognuno affida al proprio blog non sono immagini “attoriali”, non trasformano cioè (usando l’icona dell’uomo in carne e ossa) l’uomo in attore e l’attore in personaggio. Tutto resta inerte, tutto si svolge a livello di ostentazione di una realtà non rielaborata. Se amate Il grande fratello, amate anche facebook. Ma sono ambedue forme di subcultura o comunque rappresentano una regressione.

A Pza San Giovanni si vedevano i manifestanti –Ministri e quant’altro- di una cultura comunicativa di tipo iconico. Il Ministro Brunetta per esempio esibiva una mano destra alzata quasi a ghermire in un gesto che mimava la V di “vittoria”, il mondo della Scuola leggeva in quella mano un paio di forbici per tagliare il personale. Ecco, questo era un modo per staccarsi dall’icona del Ministro e passare al simbolo del tagliatore di teste, ma questa operazione era troppo intellettuale. Forse era addirittura eccessivamente intellettuale il gesto di Churchill ripetuto in piccolo, piccolissimo da Brunetta. In effetti i ministri, sottosegretari, sindaci e quant’altro si presentavano in piazza privi del gesto che ne connota la funzione sociale, erano icone di se stessi. In quel momento ho pensato al tramonto dell’Occidente.

 

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