La musica, le bombe, il silenzio e di nuovo la musica

pianist

Il Pianista di Polanski si chiama Spielmann che in tedesco significa “suonatore”. Quale traccia è più adatta di questo nome per condurci in una lettura mitico-fiabesca di questo tardo capolavoro del regista polacco che porta anch’egli nel suo nome l’icona della propria terra. Un suonatore di piano che guarda sospeso, un po’ in tralice, e non vede, non sente (non sente!), suona soltanto, divinamente. Così si apre il film.

Le sue mani volteggiano come farfalle sulla tastiera e ne ricavano note terse, asciutte, esplosive come lo scoppiettio di un fuoco oppure sciorinate come perle, così fitte che si sciolgono in scrosci d’acqua.

Ad un tratto esplode una bomba, parte una cannonata, s’infrange un vetro, crolla una parete. La guerra entra nella Musica squarciando lo studio radiofonico da dove il nostro protagonista affascina in diretta l’intera Polonia che lo ascolta. E’ già un pianista affermato quando appare all’inizio del film.

Il suo volto, sorridente e trasecolato, non si scompone: egli non sente le cannonate che sfondano la cabina di missaggio da cui fuggono tutti i tecnici e lo spingono, quasi di forza, a salvarsi giù nel rifugio sotterraneo.

Così parte la fiaba mitica: Orfeo suonava e il mondo lo ascoltava.

Poi arriva la seconda tappa: la Storia interviene e fa tacere la musica a suon di cannonate e con la Storia arrivano gl’invasori tedeschi e le leggi razziali. Il pianista è ebreo.

E’ la caduta: la fiaba s’infoiba in un percorso di sfacelo e di lutto. Orfeo è privato della sua lira e comincia a percorrere le vie dei morti, i meandri tortuosi della salvazione dal mondo degl’inferi. Tutta la Storia è morte, tutta la vicenda, mirabilmente impietosa, è una via senza scampo e senza addolcimenti. Nel mezzo della lugubre vicenda, quando nella canicola di una piazza quadrata e recinta di muri piena di ebrei ammassati in attesa della deportazione la famiglia del protagonista si ritrova ancora tutta insieme, riunita dal Caso, il padre compra una caramella di zucchero cotto e con un temperino la spezza in sei parti e ne dà un pezzettino ad ognuno: questo è l’unico addolcimento ammannito con dissimulata sapienza dal regista al pubblico in attesa di consolazioni.

Ma la mano del Caso sottrae ancora una volta il protagonista alla Morte, facendolo affondare nel silenzio. E’ salvo, ma non può più suonare. Rinchiuso in un appartamento, seduto di fronte ad un pianoforte, non può far rumore. Allora la cinepresa inquadra il suo volto, fissamente, e uno scroscio di musica riempie tutta la sala, la musica che va dalla sua mente alle nostre orecchie, mentre le mani volteggiano sopra i tasti…senza toccarli. E’ nostalgia di Musica.

Orfeo senza la lira è possibile, sembra dirci il regista, Orfeo senza cibo, no. Ed ecco che lo vediamo allungare una mano in cerca di cibo su per lo scaffale di una credenza che ad un tratto si ribalta e fa rovinare a terra una pila di piatti in uno scroscio di frantumi. E’ questo rumore che lo tradisce all’orecchio dei vivi, la musica scheggiata dei piatti vuoti.

Da quel momento deve fuggire di casa in casa, come un topo inseguito, stanato, braccato, minacciato da una Storia che si svolge sopra la sua testa in una città la cui fisionomia sta cambiando senza che lui la possa vedere.

Così, quando spuntando dal muro di cinta di una casa distrutta, la testa del protagonista vede la città, la cinepresa ci regala in soggettiva un’immensa inquadratura che ai nostri occhi si slarga lenta come  la voragine della Storia.

Un enorme sfondo di macerie, una quinta insanguinata e combusta, sforata da colpi di cannone, squarciata dall’esplosione delle bombe, bruciacchiata dal getto dei lanciafiamme.

La città non c’è più, c’è solo il volto calcinato di un immenso cratere lunare, su cui lentamente, zoppicando, si cala la nera, minuscola silouette dell’ebreo che trascina la gamba sulle macerie, avvolto da un cespuglio di capelli lunghi e da una barba arricciata e fluente che gli divora la faccia quasi spettrale.

Orfeo è tornato alla luce, il silenzio e le tenebre sono ormai alle sue spalle.

Perché zoppica? Nei miti sulla nascita dell’umanità si legge spesso che l’Uomo nasce dalla terra e che i primi uomini traballavano incerti, zoppicanti, perché avevano ancora la terra attaccata al piede come un erpice.

Però c’è stato un pedaggio da pagare al dio degli inferi per poter ritornare fra i vivi sulla terra.

Nella sua ricerca di cibo Spielmann è arrivato ad una scatola di cetrioli sottaceto; non ha strumenti per aprirla e così scende giù dalla soffitta dove si nasconde fin nel salotto col caminetto dove tenta di usare un attizzatoio come apriscatole. Ma il barattolo scivola a terra e rotola, perdendo liquido, seguito dallo sguardo del protagonista, finché non si ferma ai piedi di un ufficiale tedesco in divisa, che sta in piedi davanti a lui e l’osserva.

Durante tutto il film non c’è mai stato dialogo fra tedeschi ed ebrei. In una scena precedente una ragazza ebrea chiede all’ufficiale che organizza la fila dei deportati:

“Wohin bringen Sie uns?”

e il tedesco per risposta estrae la pistole e le spara un colpo in mezzo alla fronte.

E sarà sempre così, ogni volta che un ebreo tenterà di parlare ad un tedesco.

Questa volta invece il tedesco parla, non spara. Pochi istanti prima, dalla soffitta dove Spielmann era indaffarato nei suoi tentativi di aprire la scatola dei sottaceti, si sentivano salire da un pianoforte alcune note della “Sonata al chiaro di luna” di Beethoven. Era l’ufficiale tedesco.

“Verstehen Sie mich?”

“Ja“

„Sind Sie Jude?“

„Ja“

„Was machen Sie hier?“

Un dialogo pacato, indagatore, riflessivo: il tedesco s’interroga sull’identità di questo ebreo, unico superstite chissà per quali motivi, e viene a sapere che si tratta di un pianista e gli chiede di suonare.

Orfeo ritrova finalmente la sua lira e con la musica commuove l’inferno.

Nel buio e nel silenzio della città distrutta quella sonata inizia con un incedere lento e incerto, poi si dilata e invade tutte le stanze e si riversa nel buio della strada umida e deserta dove l’attendente aspetta in piedi accanto alla macchina l’arrivo del proprio superiore: lui crede che sia l’ufficiale a suonare il piano e l’ufficiale sa che lui crede così. Ormai l’ufficiale protegge l’ebreo.

Quando arrivano i russi a liberare gli ebrei, un amico di Spielmann passando accanto alla rete dei prigionieri tedeschi li maledice in uno strano modo, che, senza la lettura mitico-fiabesca del film, sembrerebbe quasi ridicolo:

“Maledetti, io sono violinista e voi mi avete portato via il violino”

Ridicola frase pronunciata da un ebreo appena uscito dal Lager con indosso ancora il vestito a strisce! Eppure ridicola quella frase non è, anzi è rivelatrice di quanto abbiamo detto all’inizio: la Storia vuol ridurre l’Arte al silenzio della morte.

E invece Spielmann, l’uomo che si aggira fra le macerie come nella luce di una nuova aurora postapocalittica, quell’uomo nero uscito dalla viscere della terra, ancora pesante di terra, è l’Uomo che le pallottole non potranno mai ferire. Non è l’uomo contingente della Storia che ieri imperversava sui prigionieri ebrei e oggi sta ammassato dietro un reticolato sotto gli urli incomprensibili di una guardia russa.

L’uomo che ci guarda trasognato dagli studi di una radio ritornata libera e sul cui volto cominciano a scorrere i titoli di coda, è trasparente ed eterno perché è l’interprete dell’arte più difficile e più comunicativa, più immediata e più cerebrale, più astratta e più materialmente connotata nella sua strumentazione, la Musica. E come i violinisti di Chagal che volano nel vento con le proprie note, così c’invade il volto trasognato del Pianista e c’innalza sull’onda della musica, dei turbini di note che si sollevano come polline sotto il volo frenetico delle sue mani sulla tastiera.

E il pubblico resta, ad ascoltare la musica.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>