In nome della laicità

Il 27 settembre dell’anno in corso, l’anno di grazia 2006, l’agenzia Reuters diffonde alle 9,38 in primo piano la notizia che la signora Merkel, l’energica Mädchen della vecchia Germania orientale, ha criticato l’atto di autocensura che ha spinto un intendente teatrale a sospendere le rappresentazioni dell’Idomeneo di Mozart; l’ha definito “unerträglich” (inaccettabile) perché dettato dalla paura del terrorismo.

Si fa presto a criticare la paura e con ciò stesso a spingere verso gesti “coraggiosi” e baldanzosi, salvo poi piangere sul sangue (non sul latte) versato.

Perché la china pericolosa che sta prendendo tutto l’Occidente è proprio quella di mettersi sullo stesso piano dell’Islam. Cioè di stare perdendo precipitosamente l’ottica laica di chi, mettiamo, scrivendo un libro di Storia parla delle Crociate innanzitutto come di un fatto economico e non religioso. Se da domani nelle nostre scuole s’insegnasse la Storia ideologizzata per cui il confronto fra Occidente e Paesi arabi non fosse più un fenomeno imperialista, ma un alterco teologico, allora l’Occidente (compresa la sua anima religiosa che è il Cristianesimo) sarebbe semplicemente finito e si aprirebbe una nuova fase molto simile al cambio di guardia che subì Israele quando la sua classe dirigente fatta tradizionalmente di ashkenazi si ritrovò minoritaria rispetto agli ebrei orientali che abbracciarono subito l’idea della guerra santa e ricacciarono Israele secoli e secoli indietro con la mente, pur impugnando le armi più moderne.

Già con la costruzione e poi la distruzione del Muro di Berlino si lessero simili “toni” ideologici sulla stampa europea di allora: vi si leggeva che il Muro rappresentava il discrimine fra due mondi, due visioni del mondo, due concezioni dell’Uomo e simili panzane. Restava difficile in quel clima far capire le motivazioni “pratiche”, addirittura banali, di quel gesto insensato (insensato proprio nell’ottica del krusciovismo, che già stava tendendo la mano all’Occidente). Il confronto fra Capitalismo e Socialismo prescindeva largamente dal simbolo del muro o della cortina di ferro, ma questi simboli oscurarono il pensiero laico, un po’ come i campi di sterminio nazisti oscurarono l’analisi critica del Nazismo che sarebbe stato un fenomeno storico da combattere anche se non avesse avuto i Lager e la persecuzione degli ebrei. Quei simboli, quelle cifre non contribuiscono a chiarire, non parlano alla mente tranquilla, ma al cuore turbato e sono utili a mobilitare quella che Elémire Zolla chiamava “la massa romulea”, ma non servono a vincere nessuna battaglia per il bene collettivo.

Oggi la Merkel incita a non aver paura degli attentati, oggi su tutti i giornali, in tutte le scuole, nelle associazioni culturali, perfino nei circoli dei ferrovieri è moda parlare del confronto teologico fra Cristianesimo e Islam, e nessuno leva la voce per dire che tutte queste encomiabili iniziative sono degne di un salotto culturale e non risolvono niente, anzi spostano l’attenzione delle masse (quelle che non vorrebbero essere romulee) su sentieri senza sbocco (a parte la vaga tolleranza) e su linguaggi mediocetali fortemente imbevuti di falsa modernità. La modernità, quella vera, sta nell’approccio laico, che resta il più difficile.

Che la guerra in Irak debba essere chiamata col suo nome: una guerra di petrolieri è la cosa semplice, difficile da pronunciare, sempre più difficile da pronunciare, ma doverosa per la difesa della laicità, che non va lasciata solo a Chomsky in Due ore di lucidità. Che il rifugio dei Paesi islamici nella teocrazia resti una loro sconfitta storica, perché segno dell’incapacità di creare una classe dirigente economica e politica, va ripetuto a gran voce, con l’aggiunta che l’Occidente ha anche le sue colpe in questo senso. Perché siamo stati noi a ridurre quei Paesi ad appendice del nostro sviluppo e loro hanno cominciato a fare l’enfant terrible da quando si sono accorti che la loro forza, il petrolio, non è inesauribile.

Anche su questo si deve riflettere: questo ritorno virulento alla religione come teocrazia deriva dalla delusione che quei Paesi hanno avuto nei nostri confronti. Ora, invece di battersi il petto e dire, come il Generale Arpino in Tv con l’espressione assorta del visionario che parla centellinando le parole: “Abbiamo fallito, perché non siamo stati capiti da quei Paesi…”, invece di inseguire improbabili palingenesi che ci vedano di nuovo crociati della Fede, bisogna riflettere senza mitologie negative, questo è il compito attuale di tutti noi occidentali: chiamare le cose col loro nome.

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