Imago mundi

icona

Certo è travolgente lo spettacolo di una processione ortodossa, quando l’icona si solleva da terra e cammina. L’immagine, bidimensionale, così vicina alla scrittura, che ad un tratto mette le gambe e avanza. C’è qualcosa di miracoloso in tutto ciò. Mentre una statua che cammina sollevata fra le teste dei fedeli, non evoca l’idea del miracolo, semmai del trucco. Lo stesso può dirsi della statua che piange rispetto al dipinto che piange: la prima fa pensare ad un trucco, la seconda ad un miracolo.

Ma sta tutta qui la “provocazione” di Padre Barile (‘Immagini e statue fra idolo e segno’, Rivista di pastorale liturgica) ?

Se stesse tutta qui si risolverebbe facilmente.  Infatti si tratta di un concetto abbastanza semplice per il semiologo: icona e segno si trovano presenti in misura differente  nella pittura e nella scultura (ambedue di stile naturalistico, s’intende, non astratto)

Nella pittura manca la terza dimensione come elemento tangibile, nella scultura è presente e si può rilevare coi sensi (le statue vengono abbracciate, carezzate, baciate, sollevate, vestite, non solo ammirate). Tutto ciò conferisce alla scultura naturalistica più funzione iconica che segnica, in senso stretto. La funzione iconica, intesa come funzione d’identità, non è altro che il gesto di chi mostra la propria foto sulla carta d’identità.

La scultura, rispetto alla bidimensionalità della pittura o della fotografia, permette ancora di più la clonazione perfetta del reale: anche un cieco, tastando, riconosce questa identità a tutto tondo. Che poi in certe civiltà la scultura sia nata come tecnica di cattura dei tratti di uno scomparso (la maschera mortuaria) testimonia ancora con maggiore evidenza di questa funzione iconica a tutto campo.

E’ ovvio che questa strada si possa percorrere fino in fondo: le statue venivano dipinte (avevano l’incarnato), venivano vestite o adornate e oggi possono muoversi, parlare… sono i robot.

E’ altrettanto ovvio che su questa strada l’uomo venga attratto verso l’idolo.

E’ tanto vero che gli stessi idoli di carne e ossa (le star dello spettacolo o della moda o della politica) devono in qualche modo “statuizzarsi” per entrare ancora di più in quel ruolo. C’è un incontro, un abbraccio finale fra la star e la sua figura di cera per il semplice fatto che l’idolo non deve subire trasformazioni d’immagine -Marlene Dietrich, statua di cera di se stessa-. Quanti cantanti, attori, politici, una volta raggiunta la dimensione di idoli, hanno dovuto poi sottostare al loro imperioso comando: “Non cambiare più!” e così si sono statuizzati, pettinando i capelli sempre più radi allo stesso modo, mettendo gli stessi indumenti su corpi che si slargavano o afflosciavano, perché la vita/morte vi lavorava dentro.

Quindi la statua inganna i sensi più della pittura. Il convitato di pietra viene invitato a cena da Don Giovanni, la statua si presenta davvero al convito. Il pubblico può impaurirsi, pensa però ad un trucco. Se si fosse presentata una pittura, avrebbe gridato al miracolo o riso come ad uno spettacolo da-da.

Padre Barile vuole che il fedele si accosti a Dio passando dalla pittura perché più facilmente da essa può risalire alla Scrittura?

Teme che se adora una statua di San Rocco, la tocca, la bacia, l’abbraccia, possa trasformarla in un idolo? Per esempio nell’idolo della guarigione dal contagio?

Se i timori di Padre Barile sono tutti qui, basta che la Chiesa, come committente, imposti un programma artistico che tenda a negare naturalismo alle statue. Così avremo una scelta che devia dalla clonazione del reale verso forme segniche, come sono per esempio le statue di Moore, per cui l’aspetto segnico prevale su quello iconico e quel che resta di realmente tridimensionale è la materia. Anch’essa, è vero, può essere fatta oggetto di culto idolatrico; basta pensare al meteorite che si adora alla Mecca, ma non così di frequente come avviene con le forme iconiche.

Inoltre io non credo affatto che Padre Barile voglia allontanare le statue perché, come dice in una intervista all’Avvenire  del 2 settembre 1997, sono brutte, kitsch etcetera. Anche i santini sono brutti e kitsch, e non sono più vicini al sacro per il fatto di essere dipinti e non scolpiti.

Che l’arte religiosa debba ridiscutere sempre il suo programma artistico non c’è dubbio. Che certe immagini, bi- o tridimensionali che siano, possano essere piuttosto fuorvianti che invitanti all’approccio col divino, anche questo è fuori dubbio. Si tratta semplicemente di scegliere fra il Cristo di Pasolini e quello di Zeffirelli.

Ma non penso nemmeno che Padre Barile abbia voluto far sentire da Torino, città magica, la sua voce solo per un invito ad un’estetica diversa.

Ci sono dei piccoli spiragli nel suo discorso neoiconoclasta che ci portano ad ipotizzare un’invidia, un’invidia oggi largamente diffusa nel mondo cattolico: l’invidia del Corano.

Fino ad oggi abbiamo registrato invidie teocratiche (Cardini e seguaci…) che vedono nell’Occidente una debolezza endemica dovuta al restringersi della religione all’area del privato. Ma queste posizioni, tutte tendenti poi a soluzioni di destra intendiamoci, sono state abbastanza individuate e anche isolate nel mondo cattolico.

Quella di Padre Barile non è una posizione del genere. Si colloca all’interno dell’invidia del Corano per ragioni teologiche, non teocratiche. Padre Barile sa che la Chiesa, nel rifiuto dell’iconoclastia, scelse la Storia, scelse di calare il divino nella storia e di farlo camminare fra gli uomini. Creò i santi non per analogia col politeismo greco-romano, spiegazione troppo analogica per sostenersi. Le spiegazioni analogiche in semiologia sono fascinose, ma non stanno in piedi se mancano di un programma interno. La Chiesa non ha bisogno di creare santi per il fatto che il popolo ignorante è troppo piccolo nel confronto col Dio e chiede Dei minori e locali. Anche la società coranica ha un popolo ignorante da governare, a non ricorre ai santi. La frantumazione del divino nella teologia cattolica fu una scelta di tipo umanista che riuscì a disseminare l’Europa di presenze autonome  di santità  che non avevano più bisogno di riferimenti ad un programma interpretativo impersonificato in figure di sacerdoti-interpreti sempre presenti e sempre fuori del Tempo. Nel momento in cui la divinità ebbe un volto entrò nella storia. La Madonna perse i connotati iconici bizantini e cominciò ad assumere i tratti dei vari popoli cui la Chiesa si rivolgeva. La Chiesa parlava ai barbari con la Madonna bionda. Questa scelta di biondità è scelta di storia. Dal punto di vista teologico è proibito dare un volto a Dio. Se Dio è bianco, il suo volto parla solo ai bianchi. La Chiesa cattolica, scegliendo di entrare nella storia, ha dato tutti i volti alla divinità.

Quindi non è nella terza dimensione che si deve cercare la banalizzazione del divino, ma nella forma  comunque intesa, bi- o tridimensionale.

La scelta iconoclasta è una scelta criptica e misterica. Se vogliamo fare un paragone ameno, citiamo Umberto Eco a proposito del software dos o mac. Il dos è più misterico, perché lavora con formule di imput che bisogna conoscere. Battere la formula giusta corrisponde all’ apriti sesamo  e fa partire il programma. Nel mac invece tutto avviene analogicamente  lavorando col mouse: si spinge, si comprime, si nasconde, si trascina, si accende e si spenge con un click, insomma si compiono azioni molto manuali, dominate dall’analogia, si guida il computer come un veicolo, bisogna essere più artisti che matematici per farlo. Si dice infatti che l’intellettuale di sinistra, estroso e genialoide, preferisca il mac, mentre l’intellettuale di destra, tecnocrate e liberticida, preferisca il dos. Nell’accostamento al sacro si può scegliere un programma o un altro. La Chiesa cattolica scelse un programma mac e nacque l’arte in occidente. Non è cosa da poco né continuare l’opzione oggi, né, tanto meno, negarla, riscoprendo che il Dio della Bibbia crea dicendo.

E’ vero che la parola feconda il caos ed è altrettanto vero che, come argomenta Weinreb, dalla scrittura ebraica alla scrittura ideogrammatica e quindi alla pittura il passo è molto breve, o, se vogliamo, soggiace alla stessa logica. Ma non dimentichiamo neppure che Dio nella seconda versione del Genesi crea Adamo ricorrendo alla scultura. Lo avrebbe potuto anche dipingere per poi dargli vita, e invece lo plasmò con la creta. Se questo esempio non bastasse a nobilitare la scultura, si potrebbe citare Tertulliano nella polemica con Marcione nella Carne di Cristo . Cristo è una presenza scultorea, cioè a tutto tondo, fra gli uomini, non è una presenza-imago, apparizione-proiezione bidimensionale, ad uso solo della vista. Cristo non è un segno, è un corpo segnico.

Il crocifisso dipinto per cui Padre Barile sembra mostrare un po’ di nostalgia, si potrebbe definire piuttosto come icona in croce. Ma a ben vedere il crocifisso scultoreo invita l’assemblea a girargli intorno o, se l’assemblea è immobile, diffonde di sé infinite immagini bidimensionali, infinite icone in croce.

Qui si apre una struttura ad albero. Se prendiamo tre momenti: materia, scultura, pittura, abbiamo tre gradi diversi di accesso al sacro.

La materia contiene in sé la scultura e la pittura, la scultura contiene in sé la pittura, la pittura contiene solo se stessa e , in nuce, la scrittura.

Leonardo aveva ragione dando il primato delle arti alla pittura, in quanto forma più lontana dalla tangibilità del reale, che con il reale non ha più niente in comune e lo deve perciò fingere  con estrema maestria (da qui la superiorità artistica, intesa come fiction,  del pittore sullo scultore e l’architetto). Ad un passo dalla pittura, anzi dentro al suo ventre si agita la scrittura. Abbandonando senz’altri rimpianti ogni forma di analogia con il reale, che ancora si riscontra in pittura, la scrittura si affranca totalmente dalla materia e quando abbandona anche la veste scritturale, la grafia, e diventa puro suono -parola, canto, musica- ha raggiunto il suo culmine d’immaterialità.

Rilke, nella sua Lettera del giovane lavoratore , unisce i due estremi dentro la chiesa: il canto delle messe di maggio che fa tremare e compenetra di sé quei grandi blocchi granitici delle colonne o delle pareti portanti delle chiese, e col tempo le impregna, le ingravida, le santifica, ripete cioè quello che la parola divina compie sulla materia bruta.

L’approccio al divino può così strutturarsi per gradi, dove la materia corrisponde al culto delle reliquie, la forma scultorea corrisponde al culto degli idoli, la pittura/scrittura corrisponde al culto del divino che si dispiega in Verbo.

La Chiesa ha coltivato tutti e tre questi momenti nella sua lunga storia, ma ha privilegiato l’immagine.

Se la donna coranica velata corrisponde ad una norma, la Madonna invece corrisponde ad un’immagine. L’imitatio Mariae parte proprio da qui. Sta poi al singolo credente saper risalire dall’imago alla norma. Talvolta il singolo s’impiglia nel cespuglio delle immagini, è vero. Talvolta l’immagine è solo un’imitatio superficiale, può contenere una profonda ipocrisia.

Ciò significa che la Chiesa ha perduto la sua battaglia semiotica?

Sembrerebbe di sì, stando a certe cronache anche recenti, per cui qualche giovane parroco con gesto illuminista ha cercato di ripulire la sua chiesa dall’accumulo delle cianfrusaglie rendendola più simile ad una chiesa protestante e ha perduto la metà dei fedeli che se ne sono andati per protesta a sentir messa in un’altra chiesa.

Battaglia perduta perché la Chiesa cattolica non è stata in grado o non ha voluto aprire al popolo la lettura del verbo come invece ha fatto la Chiesa protestante?

Battaglia perduta perché ha dato volto umano al divino, invece di affidarne l’espressione ad astratti arabeschi come in un tappeto orientale o nei trafori di una moschea?

Battaglia perduta perché ha fatto entrare la storia in chiesa, vestendo i martiri e i santi di panni alla moda del tempo?

Ormai la Chiesa non ha più scelte sull’asse diacronico, pena la fine che ha fatto il pretino illuminista. Bisogna che prosegua in questa contaminatio del verbo con la forma. Nel momento in cui scelse la via della Biblia pauperum essa divenne il grande committente artistico dell’Occidente. Cercò di guidare la mano dell’artista, produsse lei stessa artisti nel suo seno, ma la parola dovette lasciare la sua ambiguità polisemica e diventare immagine univoca.

Il bacio di Giuda per il cristiano occidentale è “quel” bacio che ha visto per esempio nella Cappella degli Scrovegni: “quel” Giuda, così ferocemente connotato, “quel” Cristo che annega nel giallo del mantello che lo copre di tradimento -giallo=tradimento-. Ma questo è Giotto, non è più il Vangelo!

E’ Vangelo affidato all’esegesi artistica di Giotto. E’ Vangelo dei poveri. E’ Vangelo che veste panni storici.

Se la Storia abbandona Dio anche la Chiesa si sentirà morire dentro, non resisterà come resiste una roccia, non preserverà la verità attraverso il Tempo, pericliterà lei stessa nel Tempo.

La Chiesa cattolica è straordinariamente feconda proprio perché ci dà un’imago mundi. Non invidierei le chiese che attraversano i secoli dando solo immagini di se stesse.

 

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