Il divo e la sua icona

divo

A che serve un film politico? A che serve un film a sfondo sociale? A che serve l’arte civile?

La risposta è semplice: a smascherare un mito.

Anche il capostipite di questo tipo di film, Quarto potere, in fondo non è altro che il tentativo di sdipanare il mito per ridurlo a semplice …nulla.

Invece, ahimè, Sorrentino questa volta non ha capito il suo film –succede- e ha fatto paradossalmente un’operazione inversa, si è addipanato non sull’uomo Giulio Andreotti, ma sulla sua icona: la silouette del diavolo (mille volte ripetuta nelle riprese di spalle).

Mai film è stato così esplicito: nomi, cognomi e indirizzi fioccano ad ogni istante e appaiono addirittura scritti in rosso sullo schermo, come per dire: -Attento, non ti sbagliare, questo è Cirino Pomicino, questo è Sbardella …- e via dicendo, eppure questa esplicitezza (se così si può dire) non colpisce nessuno. Quelle cronache turbolente che si agitano intorno al protagonista non servono ad altro se non a distaccarlo nettamente dalla turba dei faccendieri che lo circonda e a riconfermarlo intoccabile, immortale, inafferrabile.

C’è solo un timido giudizio della moglie, per altro non sviluppato a dovere, che tenta con le armi femminili del: “Ti conosco bene io…” d’invertire una vulgata che vuole Andreotti colto e geniale, piuttosto che informato e accorto. Ma questa battuta della moglie non riesce a smascherare il mito del marito e muore fra le quattro mura domestiche.

Le accuse di Scalfari, poi, snocciolate secondo uno stile denunciatorio da anni settanta, sul tema del “caso” non approfondiscono niente e non scalfiscono l’icona, anche perché, a ben vedere, poggiano su una base euristica linguisticamente ambigua: “E’ un caso che…?” per arrivare ad una risposta unica per tutti gli esempi: “No, non è un caso!”.

Allora, si chiede lo spettatore, ha ragione il divo Giulio quando dice: “Io non credo al caso, ma alla volontà di Dio” ed ha ragione fino in fondo quando la sua intera vicenda politica si legge come volontà divina e si spiega come volontà divina: un male che deve perpetuarsi ad evitare un male peggiore, quindi un male benefico.

Un libro, per esempio, che riveli per quale ragione i generali muoiano tutti nel loro letto e non sul campo di battaglia deve approfondire i motivi “laici”, se non scientifici, di questo fenomeno. Il film parla dall’inizio alla fine di un Andreotti che passa illeso attraverso mucchi di cadaveri, come la mitica salamandra attraverso le fiamme, ma non ne spiega i motivi “laicamente” condivisibili. La Mafia? Il Vaticano? La CIA? Ma allora si approfondisca il suo rapporto con questi superpoteri oppure si approfondisca quel meccanismo di autodifesa di cui nel film c’è appena un accenno: l’archivio.

L’archivio tenuto da Andreotti fa tremare tutti, come dice lui stesso, ma in realtà Andreotti tiene un diario in cui oggettiva, giorno dopo giorno, le sue malefatte, ed è il diario il suo vero confessore, non quello sparuto pretonzolo che appare un paio di volte nel confessionale. L’archivio semmai spiega l’ascesa di un personaggio come Putin, che proviene dalla polizia segreta e sa vita morte e miracoli di tutti i politici della vecchia Unione Sovietica e li tiene in scacco.

Il Divo tenta di riagganciarsi al filone del film politico italiano, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Todo modo, Cadaveri eccellenti, L’affare Mattei, Le mani sulla città, Salvatore Giuliano, e via dicendo, ma proprio quel filone tradisce platealmente, in quanto l’uomo di potere non viene tradotto in altri termini, ma resta uomo di potere, cento volte ripetuto e cento volte scritto con la lettera maiuscola.

E’ vero che alla fine del film l’icona parlante di Andreotti pronuncia la parola “niente”, ma questa soluzione filmica appare quanto mai incollata come un’etichetta. L’Ivan il Terribile di Eisenstein si dibatte fra l’uomo e la sua icona; le incertezze della coscienza individuale che fanno abbassare la testa dello zar fino a terra sui cadaveri dei boiari giustiziati e la consapevolezza del suo ruolo storico che, d’un tratto, gliela fa sollevare risolutamente per pronunciare le fatidiche parole: Non basta!

Il divo di Sorrentino invece resta icona anche quando mangia con la moglie gli spaghetti all’amatriciana.

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