“Il caimano” non è liberatore

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Chi s’infilasse in un cinema convinto che Il caimano di Moretti lo sollevi, lo liberi, lo guarisca in qualche modo dal morbo berluscoide da cui tutti gl’italiani più o meno sono afflitti, chi si aspettasse da questa pellicola una sorta di viatico preelettorale, un conforto, uno stimolo, una speranza, si sbaglierebbe di grosso.

Il caimano non ha virtù terapeutiche, semmai ti divora l’anima.

Quattro sono i piani di lettura di questo film, la cui bellezza sta tutta racchiusa nella sua architettura, intelligente e ariosa come la dilatazione dell’anima nei momenti di grazia. Non sembri strana questa scelta lessicale, in quanto per certi versi questo è un film che attinge anche ad una dimensione teologica, perché nel finale la testa scura del protagonista evoca una presenza demoniaca sullo sfondo di un incendio notturno, quasi fosse l’inizio di un’apocalisse.

I quattro piani di lettura sono legati a quattro protagonisti uno dei quali è Berlusconi stesso, ripreso al Parlamento europeo mentre insulta Schulz. Gli altri sono volti tentati: uno assomigliante, uno attorialmente manipolato sulla scia di Volonté quando interpretava Moro o Mattei e uno assunto da Moretti stesso, volutamente discosto da ogni assomiglianza fisica, ma fortemente apocalittico nel senso originario del termine -che appunto significa “rivelatore”.

Il tema viene affrontato di schisi, come si deve, in un cinema che non vuole essere banalmente denunciatore o propagandistico.

La sorte dell’uomo più ricco d’Italia passa dalle mani di un poveraccio sull’orlo del fallimento economico e sentimentale. Trovata geniale. Quest’uomo -un ottimo Silvio Orlando- è affascinato dalla possibilità di manipolare proprio il personaggio che manipola tutti. Ma è troppo debole ideologicamente e socialmente, troppo ricattabile, troppo fragile per non soccombere via via alle varie difficoltà che incontra nella realizzazione, tanto è vero che il film non si fa. Ma come in Fellini 8 e mezzo il film viene negato fin da ultimo, eppure alla fine rampolla di nuovo quasi per forza propria e si chiude con un “ciak, si gira”, così alla fine nel film di Moretti la giovane regista con un fil di voce grida: “Azione!”

La tesi la conosciamo: Berlusconi ha vinto ormai da venti, da trent’anni. Ha vinto imponendo uno stile ormai fatto proprio da tutti.

Questa tesi della malattia dell’Italia acquista nel corso del film una valenza dinamica, si avvolge su se stessa: chi tentasse di fermarne il decorso ne verrebbe travolto. Tanto è vero che l’unica scena che il produttore è in grado di girare con i pochi fondi a disposizione rappresenta la condanna di Berlusconi a sette anni di prigione, ma proprio questa condanna scatena l’inferno della folla sulla testa dei giudici e la macchina del Cavaliere che se ne va come un Belzebù in carrozza si lascia alle spalle un incendio sempre più dilagante.

Il film, chiudendosi su questo finale, sembra che dica: “Da questa febbre io non ti guarisco”.

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