Guédiguian e Dardenne a specchio rovesciato

Le nevi del Kilimangiaro

E’ uscito Le nevi del Kilimangiaro e subito la mente corre a registi come Ken Loach o i fratelli Dardenne che trattano della condizione operaia dentro la fabbrica e nella società. In questo confronto ci colpisce specialmente la specularità rovesciata, diciamo chiasmatica, fra Guédiguian e Dardenne.

Bisogna riconoscere che ne Le nevi del Kilimangiaro è notevole la “presenza” del regista e di tutto il cast, presenza viva e talvolta vivace in ogni scena, in ogni situazione, che dimostra una freschezza di approccio e un impegno degno di altri tempi. Ma, ad un tratto, il quadro complessivo non tiene più e si sgretola in tante logiche parziali, in tanti soggettivismi irriducibili ad unità. Ogni personaggio ha ragione dal suo punto di vista: ha ragione il vecchio operaio con la sua tradizione di lotte e il suo rimpianto per il Programma comune del 1972, che vide uniti per una stagione i partiti comunista e socialista in Francia, ha ragione il giovane disoccupato con la sua rabbia impotente e vendicativa, solo vendicativa, ha ragione la generazione dei figli, eternamente precaria e immersa nelle difficoltà finanziarie, tipiche di chi mette in piedi oggi una famiglia. Tutti hanno ragione in una logica individuale e tutti sbagliano in una logica collettiva. Sembra quasi una dannazione, nessuno agisce con giustizia, nessuno sa come agire, tutti ripropongono scelte individuali: la madre con la figlia (tradita dal marito), la donna-amante che sopprime il lato materno per piacere agli uomini, il vecchio operaio che si auto licenzia per espiare una scelta sindacale che non ha condiviso fino in fondo. Sembra che non sia nato un nuovo linguaggio che aggreghi le diverse generazioni. Ognuno attinge ad una tradizione: il padre al Socialismo bon enfant, la madre ad un concetto di liberazione femminile molto soft e individuale, il figlio allo scetticismo post-moderno che nega efficacia ad ogni scelta politica in un mondo dominato da meccanismi ineluttabili, i meccanismi di una crisi economica che è diventata cronica crisi di civiltà.

La rassegnazione generale domina tutti. Questa è forse la vera protagonista del film. E allora che fare? La deriva cristiana è sempre aperta: Rimbaud scrive “La charité est cette clé”, la carità è questa chiave.

Opposto l’approccio dei Dardenne, dove ne Il figlio il dialogo possibile fra due generazioni, il dialogo fra l’operaio e l’apprendista, fra l’uomo e il piccolo deviato sociale che gli ha ucciso il figlio, si riallaccia sulla base del Lavoro. C’è come una nuova dimensione, laica ma anche mistica, che riesce a conciliare il padre di un figlio assassinato con il suo giovane assassino (anche se non intenzionale), ed è il Lavoro. Il mondo del lavoro in genere è fatto di persone che non provano affetti particolari nei confronti dei colleghi, intesi come individui psicologicamente definiti, ma tramite il Lavoro come intervento sulla Materia e quindi sulla Natura ritrovano lo spazio del dialogo fra uomini. Questo dato, osservato con grande scrupolo realistico dai Dardenne, viene compendiato magistralmente in una delle ultime scene de Il figlio, ambientata nel deposito di legname, il luogo progettato forse per una vendetta e che invece si rivela come il luogo della riconciliazione.

Mentre Le nevi del Kilimangiaro attinge ampiamente alla tradizione ideale e ideologica del Socialismo francese (Jean Jaurès dà il nome al protagonista), Il figlio dei Dardenne si muove in un paesaggio deserto, privo di ogni riferimento retorico ad alti ideali umanitari.

Nel primo caso è presente un’ideologia del lavoro che sostituisce il lavoro assente, nel secondo caso c’è il lavoro presente che sostituisce un’ideologia assente.

Anche le figure dei protagonisti sono chiasmatiche: ne Il figlio la moglie critica ferocemente il marito perché non assume un atteggiamento vendicativo nei confronti del piccolo assassino; ne Le nevi del Kilimangiaro la moglie critica il marito proprio perché assume un atteggiamento vendicativo nei confronti del giovane delinquentello. Questo, in un incontro in parlatorio con il vecchio operaio, dirà: “Abbiamo lavorato sei mesi insieme e non mi hai mai visto”. Si tratta di una frase rivelatrice di un aspetto sociologico molto vero per la Francia, e cioè del fatto che il Lavoro costituisce la base per sviluppare rapporti sociali fuori della fabbrica: incontrarsi al bar, fare grigliate ed escursioni in campagna e via dicendo. In questo la Francia mostra ancora un cuore populista, da Front Populaire : dietro la maschera dei grattacieli ride ancora il volto di Renoir.

Nei fratelli Dardenne invece l’uomo e il ragazzo dialogano senza dirsi una parola, dialogano lavorando, non s’incontrano nella società.

Malgrado tutti i discorsi sul Sindacato e la fabbrica Le nevi del Kilimangiaro non ci fanno entrare nei meccanismi del lavoro, nella pratica della contrattazione e della solidarietà operaia. Le accuse fatte dal giovinastro al vecchio sindacalista per certi versi sono addirittura ridicole da quanto non corrispondono alla vera prassi seguita per la riduzione di personale. Infatti il giovane rimprovera il vecchio di aver tirato a sorte il nome dei licenziabili senza considerare né l’età né il carico familiare, cosa invece che viene imposta addirittura dalla normativa sui licenziamenti collettivi in tutti i Paesi industrializzati. Lo stesso rimprovero di non averlo visto in sei mesi di lavoro nella stessa fabbrica è incredibile per ogni pratica sindacale corrente che consiste sempre nel prendersi cura dei nuovi assunti (non fosse altro che ai fini del tesseramento). Infine il rimprovero di mangiare grasse bistecche alla griglia, mentre lui si nutre di kornfleks con i due fratellini, si configura in tutto il suo moralismo come una ridicola guerra fra poveri dove il padrone resta sempre fuori dal gioco.

Insomma dietro tutto il dramma occhieggia il buon vecchio Victor Hugo.

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