Fra terra e aria

io non ho paura

Un’analisi semiotica del film “Io non ho paura”

Voi ragni pelosi
Voi tassi barbassi
Lumache bavose
E ciechi orbettini
Restate lontani
Dai nostri bambini.
Voi bestie notturne
Amanti del buio
Voi che non dormite
Se non al mattino
Vegliate sul sonno
Di questo bambino.

La mia tesi è la seguente: in questa filastrocca sta riposto tutto il senso “semiotico” del film di Salvatores, tratto dall’omonimo romanzo di Ammaniti, romanzo nel quale manca per l’appunto proprio questa filastrocca  che il bambino protagonista del film recita con un filo di voce, pedalando in salita in una notte punteggiata da mitiche figure di animali, di terra e d’aria (a parte il fatto che il tasso barbasso è una pianta e non una bestia).

Gli animali di terra sono schifosi, pelosi, bavosi. Gli animali dell’aria sono saggi vigili notturni, animali protettivi del sonno di un bambino.

Il bambino minacciato sta dentro una buca, scavata nella terra, da cui non si scappa, a cui si accede solo tramite una scala di legno che viene di volta in volte ritirata dai suoi carcerieri-rapitori che attendono un riscatto dalla famiglia.

Il bambino liberatore che si agita sui pedali sa che quella notte il bambino prigioniero può essere ucciso dai suoi rapitori e così recita col fiato mozzo per ben due volte la filastrocca-preghiera che dà tutto il senso semiotico al film.

In effetti durante tutta la vicenda filmica assistiamo ad una divisione fra alto e basso, aria e terra, che si contrastano come i due principi fondamentali del bene e del male.

Il bambino protagonista, per esempio, adirato giustamente contro la famiglia, si rifugia sull’albero (aria) e non vuole scendere oppure salta dalla finestra (aria) sul tendone del camion per soccorrere il bambino “interrato” oppure nella stalla, dove deve fare la penitenza per essere arrivato ultimo in bicicletta, cosa avviene? Gli viene imposto di camminare su un trave pericolante (aria), e lui lo fa senza paura, e quindi gli viene ordinato di lanciarsi dalla finestra sui rami di un albero poco distante (aria), e lui lo fa senza paura.

Le forze ctonie (terra) sono rappresentate dal padre, un ingenuo meridionale circondato da cattive compagnie che lo hanno spinto a sequestrare il figlio di un commerciante del nord. Accanto al padre quindi si trovano i ragni pelosi, le lumache bavose e i ciechi orbettini (Abbatantuono e complici).

Per raggiungere la prigione del bambino bisogna superare alcuni ostacoli rappresentati da “segni” di terra, come una porcilaia con cani da guardia e un guardiano armato di fucile.

La madre non ha il potere di salvare il marito, destinato al fallimento (è lui che tira sempre il fiammifero più corto…).

Nessun protagonista della vicenda può salvare, anche volendo, il bambino “interrato”. Una volta il bambino protagonista lo fa uscire dalla fossa e corre con lui nei campi, ma poi lo riporta alla sua prigione, nell’assurdo rispetto di un’assurda regola del gioco. A nessuno dei due bambini salta in mente di scappar via da quel luogo per cercare rifugio da qualche contadino o dalla Polizia. Ambedue rispettano l’assurda regola del gioco e ciò rientra perfettamente nella mentalità dei bambini, nel loro serioso rispetto delle regole, anche delle più crudeli.

Quindi nessuna salvezza verrà dai bambini, nessuna salvezza verrà dalla donna, nessuna salvezza verrà dagli uomini. Solo un deus ex machina che scenda dal cielo, solo una forza dell’aria potrà salvarlo.

Infatti una delle più belle scene del film si aprirà ai nostri occhi nel buio della notte, quando sulla testa del bambino prigioniero, seminudo, sferzato dal vento, scenderà in salvataggio una forza dell’aria, un enorme uccello notturno: l’elicottero della Polizia.

 

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