Estetica e percorribilità di Firenze

Cupola

Se si osserva il tamburo su cui poggia la cupola del Brunelleschi, si nota che un lato dell’esagono è coperto da un camminamento, mentre gli altri sono rimasti grezzi. Brunelleschi aveva lasciato la cupola “sbucciata” poggiante sul non-finito. Dopo di lui Baccio d’Agnolo aveva iniziato a costruire quella loggetta che Michelangelo, allora sovrintendente ai monumenti, si affrettò subito a bloccare, chiamandola “quella gabbia dei grilli”. Lui aveva una predilezione per il non-finito e lo affascinava l’idea che quel cielo di cotto perfettamente cesellato poggiasse sull’arenaria disadorna, così come i suoi prigioni sgorgano dal marmo grezzo.

Ma per la verità storica Brunelleschi aveva previsto un camminamento, perché la sua concezione dell’opera architettonica include fra i suoi requisiti essenziali la percorribilità da parte dei cittadini, pedibus calcantibus.

Da questo esempio nasce un dilemma a due corni: ammirazione estetica o percorribilità civile dei centri d’arte?

La posizione di Brunelleschi era la seconda e questa dovrebbe corrispondere oggi allo spirito delle zone pedonali, perché gli spazi architettonici non si percorrono in automobile.

Quando vennero create le zone pedonali correvano gli anni ottanta del secolo scorso e folle di bottegai brandivano l’osso di prosciutto, pronte ad ammazzare di legnate quel malcapitato assessore che transennava gli accessi al centro storico. Allora il popolo erano loro, perché il popolo per definizione retorica è sempre quello che soffre. Poi vennero gli anni novanta e arrivarono anche i lauti guadagni del bottegaio della zona pedonale che ti faceva pagare un panino a peso d’oro. Allora il popolo erano i glob-trotter che volevano visitare le città d’arte con un panino nella destra e la bottiglietta dell’acqua nella sinistra e trovavano tutto caro. Poi vennero gli anni duemila, dove nel centro storico trovi di tutto, ma bisogna conoscerlo (ecco, ahimè, l’inghippo…): se conosci non spendi molto, a condizione di non pretendere grande qualità. Oggi il centro storico è di chi ci sa stare.

Naturalmente la destra è attentissima al fenomeno migratorio e teme che il centro storico diventi il primo melting pot interetnico, cosa per altro impensabile realisticamente visti i diversi livelli d’incontro plurietnico. La destra ama le periferie ghettizzate e sorvegliate e le ama anche quando si ribellano, perché così si abbandona ad atti dimostrativi, reprimendo il disordine.

E in questo dilemma s’inserisce anche Sandro Bondi, sì, proprio lui, il coordinatore di Forza Italia, il chierico d’Arcore, che presenta in dieci punti il programma elettorale della CdL. Ha comprato una pagina di giornale, si è fatto fotografare di profilo sulla sinistra e ha fatto stampare sulla destra i dieci punti del programma: lui sembra guardarli come Guido da Montefeltro, ritratto di profilo da Piero della Francesca, guarda i suoi possedimenti.

In uno di questi punti si sviluppa il difficile passaggio relativo ai centri storici: lasciarli chiusi o riaprirli al traffico? Che questione! Ci vuol poco a saperlo, basta chiederlo al popolo. (Chissà come sarà contento Brunelleschi nella tomba!)

Bisogna dire che se la Sinistra adora i cerebralismi, la Destra di contro si distingue per semplificazione. Basta chiedere al Popolo, rigorosamente con la maiuscola, e tutto si risolve.

Cosa si ripromette allora il nostro ministro Bondi dalla riapertura dei centri al traffico? Semplice, il ritorno della macchina che scaccia l’uomo: non più marciapiedi ingombri di cianfrusaglie, ecco cosa si ripromette. Ritorno del centro nelle mani dell’uomo della city che lo percorre in mercedes bianca. E qual è il suo popolo oggi? Né i bottegai veri, né gli studenti veri, né le vecchiette vere che abitano in centro. Il suo popolo è una dimensione politica astratta, virtuale, è quel popolo di utenti televisivi che si fa spaventare dalla Fallaci la quale descrive il gesto di dispregio del musulmano nei confronti del monumento più sublime della cristianità, il Duomo.

Questo è il popolo che esiste solo virtualmente e a cui si rivolgerà il nostro Bondi.

L’affondo della Destra avviene sempre nel fianco debole della Sinistra e la Sinistra infatti non ha creato un centro cittadino nel senso brunelleschiano del termine. Il centro non appartiene a nessuno.

Quel civis che Brunelleschi vedeva percorrere gli spazi cittadini era come il sangue che percorre un organismo e vi porta la salute in ogni membro, persino nella falange del dito mignolo. Perché, come la presenza minuta e diffusa del contadino nella campagna garantisce l’assetto del territorio e il suo equilibrio ecologico, così la presenza minuta del cittadino in tutto il tessuto urbano ne garantisce la vita e la fruizione artistica.

Operando una netta cesura fra centri e periferie abbiamo stabilito in quest’ultimo ventennio una relazione chiasmatica tremenda: ammirazione estetica del centro, ma sua infruibilità, fruizione pratica della periferia, ma suo disprezzo.

Tutto è diventato un non-luogo, a ben vedere. La città si è astrattizzata, il civis si è fatto asfittico, esile, impalpabile. La sua dimensione politica ha divorziato dalla sua dimensione amministrativa.

Ora il popolo di Bondi trionfa, ma è un popolo di fantasmi ossessionato da altri fantasmi.

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