E se ci feriscono, non sanguiniamo come gli altri?

pianista

Si potrebbe cominciare a parlare de Il pianista di Polanski partendo da questa citazione. Ma non considerandola una citazione da Shakespeare, come invece appare evidente nella scena del film in cui tutti gli ebrei sono ammassati in uno spiazzo quadrato in attesa della deportazione e il fratello “attivo” del protagonista gliela legge e gli tende il libro con l’immagine del grande drammaturgo inglese. Polanski in quell’attimo sta facendo invece un’altra citazione. Egli pensa al To be or not to be di Lubitsch, dove un mediocre attore, costretto a fare l’attrezzista della compagnia di teatro, recita a più riprese ad un collega ammirato quella stessa battuta: “E se ci solleticano, non ridiamo come gli altri? E se ci fanno del male, non soffriamo come gli altri? E se ci feriscono, non sanguiniamo forse come gli altri? … vedi che attore sarei?…e intanto devo spalare la neve.” Polanski aveva in mente Lubitsch, la sua Varsavia occupata dai tedeschi, quella Varsavia che verso la fine del suo lento peregrinare nei meandri della fame e della solitudine il protagonista, sbucando dal muro di cinta di una casa-topaia-nascondiglio, riesce finalmente a vedere in tutta la sua silente desolazione, un fondale di rovine. E su questo fondale lui, zoppicando, come un topo uscito alla luce, traballa minuscolo e nero in mezzo ad una voragine di macerie, come si era vista forse solo in Germania anno zero, ma meno “trapunta”, più romanticamente insanguinata, incenerita, ingoiata dalla Storia, che non è mai giusta ed è sempre senza riscatto.

E allora, l’uomo che non aveva mai rifiutato di agire, ma che era sempre stato fermato sulla soglia dell’azione dalla mano di un destino che lo sottrae al massacro e lo preserva forse a futura memoria, quest’uomo non è Polanski –com’è stato detto con troppa precipitazione dai critici– bensì l’Artista contro la Storia.

Ma è proprio questo anche il messaggio di Lubitsch: una mediocre compagnia di teatro coi suoi trucchi e travestimenti può fermare per un attimo il corso della Storia. L’Artista trionfa per un attimo sul criminale politico.

Questa stessa tesi era stata, forse troppo platealmente e illustrativamente, sostenuta anche nel lontano Bolero di Lelouche, ma qui riprende con una nuova virulenza pessimista ed un’ intensa sospensione scettica – contrariamente al sostanziale ottimismo di Lelouche – ed anche con una scrittura filmica incomparabilmente superiore.

Questa scrittura filmica ci appare ad un tratto come una sorta di testamento in vita del regista, di un regista che forse aveva legato la sua fama a film-feticcio che oscuravano piuttosto che mettere in luce la sua capacità narrativa e descrittiva, e che ora ci si rivela in tutta la sua dimensione di grande scettico della camera da presa.

Non pensate di trovare nel film momenti di suspence, né momenti di tenerezza o di retorica. C’è invece molto Kafka. Tutto degrada inesorabilmente verso il peggio: non si può star seduti al bar, né alle panchine, né passeggiare nel parco pubblico, né camminare sul marciapiede, non si può abitare fra gli umani, bisogna abitare nel ghetto e poi non si può abitare più nel ghetto e bisogna abitare nel campo di sterminio, a Treblinca, dove i treni fanno capolinea senza ritorno.

Non cercate momenti di speranza: il tipografo socialista che parla con ottimismo di possibilità di riscossa, assieme al suo uomo di fiducia esperto in propaganda capillare, finirà ingoiato come gli altri nell’olocausto, l’uomo che parla di rivolta finirà per primo col cranio fracassato dal calcio del moschetto.

Non c’è una sola concessione all’evasione, alla bellezza di un bacio, allo sbocciare di una storia d’amore, non c’è praticamente musica in tutto il film: il piano resta una nostalgia sospesa.

Ad ogni scena è come se il regista ci dicesse: “Quello che speri non verrà mai”.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>