In nome della laicità

Il 27 settembre dell’anno in corso, l’anno di grazia 2006, l’agenzia Reuters diffonde alle 9,38 in primo piano la notizia che la signora Merkel, l’energica Mädchen della vecchia Germania orientale, ha criticato l’atto di autocensura che ha spinto un intendente teatrale a sospendere le rappresentazioni dell’Idomeneo di Mozart; l’ha definito “unerträglich” (inaccettabile) perché dettato dalla paura del terrorismo. Continua a leggere

Kabarett e anarchia del linguaggio: il caso tedesco

Lo spazio del cabaret

Ringel

Il canto del Simplicissimus
Mezzanotte è sonata. Stecchito
giace a letto il borghese da tempo.
Ecco, allora qual gentile invito
sta brillando l’insegna del Simpl
e mi attira con mani stregate,
che lo voglia o no, debbo recarmi
fra le mura di quadri affollate
dentro al Simpel a rifocillarmi.
Dove mutuo piacere si rende
la bohème che incontra l’artista
dove Kathi in silenzio bevande
di mortale veleno rimesta
dove il suono del mandolinetto
all’odore del Würstel si mischia
e si sentono i cori felici
che il pianista accompagna a rovescio,
dove mani di donne pittrici
ci ritraggono in schizzi a sghimbescio.
E se anche il locale è strapieno
avventore non fartene un cruccio
Kathi Kobus ti trova un cantuccio
e lo trova anche a venti come te.
La minestra di gnocchi delizia
chi seduto qui al Simpl s’illude
che sia il mondo di fuori un’inezia
finché gridan le guardie: “Si chiude!”
E se mai dirò addio a quel globus
sarà questo il mio ultimo addio:
“Ti protegga il buon Dio, Kathi Kobus!
Statti ben Simplicissimus mio!”
                                               Ringelnatz, 1909

“Mezzanotte è suonata”… Così si apre per Ringelnatz lo spazio del cabaret. Uno spazio fisico e mentale, politico e morale, culturale e vitale. E’ uno spazio concesso dalla società a speciali individui e dall’individuo al suo speciale se stesso che a mezzanotte si mette in movimento e,  “che lo voglia o no”,  si dirige verso un angolo fiocamente illuminato della città addormentata, verso un recesso proibito della sua anima. Continua a leggere

Lo zoo di vetro

Unicorno

Lo zoo di vetro

di Tennessee Williams

La madre, Amanda Wingfield, piena di parole, meridionale, agraria decaduta, si veste di colori sgargianti, si annoda sciarpe alla vita, calza cappelli a tese larghe. La figlia, Laura Wingfield, povera di parole, bellezza diafana, zoppa, immagine della fragilità. La madre la tiranneggia con la parola e col progetto, le predice che avrà successo, la sospinge al matrimonio. La figlia si rifugia nella sua collezione di animalini di vetro, figure di un mondo miniaturizzato, fantastico e immobile, irreale. Un piccolo zoo di vetro, dove troneggia fra gli altri quadrupedi il mitico unicorno.

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Attenzione la ragazza morde

Horvath

Ödön von Horváth

Rispunta la curiosità per Horváth che resta tuttavia un autore difficile.

E’ di scena al Fabbricone di Prato Fede speranza carità di Ödön von Horváth per la regia di Massimo Castri. L’operazione sta a metà strada fra la riscoperta filologica e l’attualizzazione, piuttosto sommessa.

Horváth fu un autore quantomeno strano, eclettico e anche molto mobile nell’esperimentazione dei linguaggi teatrali. Spesso lo troviamo nei manuali di Letteratura contrapposto al Teatro epico di Brecht, inserito nelle appendici del Teatro realistico-borghese, fra Vaudeville e Grand Guignol, o del Teatro schnitzleriano, talvolta come prosecutore solitario di Raymund e Nestroy e in genere del Volksstück viennese.

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