Stavano andando tutti al cinema…

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Stavano andando tutti al cinema – al Paramount, all’Astor, allo Strand, al Capitol o in un’altra di quelle gabbie di matti. Erano tutti in ghingheri perché era domenica e questo peggiorava le cose. Ma il peggio era che si capiva benissimo che volevano andare al cinema. Non ce la facevo a guardarli. Posso capire che uno vada al cinema perché non ha nient’altro da fare, ma quando uno vuole proprio andarci e si affretta perfino per arrivare prima, questo mi riduce proprio a terra. Specie se vedo milioni di persone impalate in una di quelle tremende file lunghe quanto tutto l’isolato, che aspettano con una pazienza atroce di trovar posto e via discorrendo.

(Salinger, Il giovane Holden) Continua a leggere

Scorie di ritualità

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Perché continuano a scrivere romanzi d’amore e a girare film d’amore?

Colpisce la delusione. Un lettore si accosta al racconto d’amore, come lo spettatore entra nel buio della sala attratto da una vicenda amorosa rumorosamente annunciata dal battage pubblicitario che la lancia settimane e mesi prima, e poi appena il film comincia o la lettura avanza di pagina in capitolo, tu ne resti deluso. Continua a leggere

Houellebecq , un’occasione di tragicità

Houellebecq

Houellebecq ha fatto una scelta iniziale, non so quanto consapevole, che sovrasta tutto il suo narrare: la scelta della felicità. Una scelta ingenua quant’altre mai, ma che, da lui fortemente creduta, ricade poi sulle scelte soggettive dei suoi personaggi. A questo punto tutto diventa tragico, senza bisogno di grandi atmosfere da tragedia. Diventa tragica la vita quotidiana di un semplice programmatore demotivato dal suo lavoro, diventa tragico il desiderio sessuale di un povero eterno scapolo che anela alla conquista di tutte le ragazze che come farfalle notturne nel buio di una discoteca gli svolazzano intorno, imprendibili. Diventa tragico l’invecchiamento: una ciocca di capelli bianchi, una serie di piccole rughe intorno agli occhi, cose normali e quotidiane, che però, nello scenario aperto inizialmente (la ricerca della felicità), diventano le crepe dell’edificio stesso della felicità. Continua a leggere

Kabarett e anarchia del linguaggio: il caso tedesco

Lo spazio del cabaret

Ringel

Il canto del Simplicissimus
Mezzanotte è sonata. Stecchito
giace a letto il borghese da tempo.
Ecco, allora qual gentile invito
sta brillando l’insegna del Simpl
e mi attira con mani stregate,
che lo voglia o no, debbo recarmi
fra le mura di quadri affollate
dentro al Simpel a rifocillarmi.
Dove mutuo piacere si rende
la bohème che incontra l’artista
dove Kathi in silenzio bevande
di mortale veleno rimesta
dove il suono del mandolinetto
all’odore del Würstel si mischia
e si sentono i cori felici
che il pianista accompagna a rovescio,
dove mani di donne pittrici
ci ritraggono in schizzi a sghimbescio.
E se anche il locale è strapieno
avventore non fartene un cruccio
Kathi Kobus ti trova un cantuccio
e lo trova anche a venti come te.
La minestra di gnocchi delizia
chi seduto qui al Simpl s’illude
che sia il mondo di fuori un’inezia
finché gridan le guardie: “Si chiude!”
E se mai dirò addio a quel globus
sarà questo il mio ultimo addio:
“Ti protegga il buon Dio, Kathi Kobus!
Statti ben Simplicissimus mio!”
                                               Ringelnatz, 1909

“Mezzanotte è suonata”… Così si apre per Ringelnatz lo spazio del cabaret. Uno spazio fisico e mentale, politico e morale, culturale e vitale. E’ uno spazio concesso dalla società a speciali individui e dall’individuo al suo speciale se stesso che a mezzanotte si mette in movimento e,  “che lo voglia o no”,  si dirige verso un angolo fiocamente illuminato della città addormentata, verso un recesso proibito della sua anima. Continua a leggere

Il sogno di Berlusconi

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Qualche giorno prima di morire Berlusconi fece un sogno. Camminava nudo sopra un prato verde falciato di fresco. I piedi avanzavano sull’erba rasata e sentivano alle piante come una rude carezza, piacevole e fastidiosa insieme. Avanzavano verso il centro del prato, dove si trovava un blocco di bronzo dorato, una forma astratta e massiccia, ma anche ariosa e leggera come una scultura di Henry Moore. Il sole non era alto, ma era già molto luminoso. Mentre il suo corpo si muoveva lui pensava vagamente alla stagione dell’anno in cui poteva trovarsi e decise che fosse primavera inoltrata perché il sole non aveva tanta forza, anche se mezzogiorno era ancora lontano.

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Attenzione la ragazza morde

Horvath

Ödön von Horváth

Rispunta la curiosità per Horváth che resta tuttavia un autore difficile.

E’ di scena al Fabbricone di Prato Fede speranza carità di Ödön von Horváth per la regia di Massimo Castri. L’operazione sta a metà strada fra la riscoperta filologica e l’attualizzazione, piuttosto sommessa.

Horváth fu un autore quantomeno strano, eclettico e anche molto mobile nell’esperimentazione dei linguaggi teatrali. Spesso lo troviamo nei manuali di Letteratura contrapposto al Teatro epico di Brecht, inserito nelle appendici del Teatro realistico-borghese, fra Vaudeville e Grand Guignol, o del Teatro schnitzleriano, talvolta come prosecutore solitario di Raymund e Nestroy e in genere del Volksstück viennese.

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