Bravo Monicelli!

Mario Monicelli

Seppi da chi lo conosceva bene che Monicelli era un grande pessimista. Questo confermava un sospetto strisciante lungo tutti i suoi film: si vedeva, si percepiva in ogni scena la sua amara filosofia della vita.

La sua scontrosità, col tempo, era diventata una forma di bonarietà, non mordeva più sul tessuto sociale, mordeva sulla sua carne. Si definiva il secondo più anziano regista vivente, quando fu intervistato sul set de Le rose del deserto, e avrebbe voluto essere il primo, augurandosi apertamente la morte di Oliveira. Macabro sarcasmo, sincero.

Grande pessimista, era approdato da antico libertario socialista a posizioni anarcoidi, il suo è stato un andare sempre più a sinistra, simile in questo alla vita di Vittorio Foa.

In tutti i suoi film, spesso brutti, sempre ariosi, lui tiene sempre in mano la materia, la tematica, la sostanza del film o come la si voglia comunque chiamare, perché non era innamorato della cinepresa, credo che odiasse un decadente come Bertolucci, perché troppo melenzo, lui sì innamorato dello sguardo della camera.

La sua toscanità è ancora una cosa di cui ci possiamo vantare, una cosa che vorremmo non morisse sotto questa ondata plumbea della subcultura liberalfascista che ci sommerge.

Grande democratico e grande dissacratore della vita, la donna, che lui ha amato non come rifugio (Monicelli non è il maschio mammista di stampo italico), ma come via di fuga dall’ideologia che ti soffoca, è stata per lui come un grido di battaglia (Speriamo che sia femmina! assomiglia più a uno slogan politico che al titolo di un film).

Di fronte alla guerra fu eroico come Gassman, che cade a gambe divaricate sotto il piombo austriaco, ed ebbe paura come Sordi, che si appoggia ad una parete di lamiera e col tremito del suo corpo la fa vibrare e trasmette, amplificato, a tutta la sala il suo spavento di fronte alle bocche dei fucili. Una trovata cinematografica grandissima.

Forse ha trascorso tutta la vita a seminare fiori nei buchi del naso dello spettro camuso, come recita un verso di una canzone di Brassens. Poi si è stancato.

Nel momento in cui ha sentito che la sua fibra invincibile non avrebbe più vinto la battaglia contro la Morte, non ha voluto essere abbracciato da letti d’ospedali e guanciali di morfina.

Col suo corpo magro si è diretto sul balcone del quinto piano di un ospedale e ha guardato giù, ha visto delle aiuole, ha calcolato la distanza e forse fra sé ha detto: “Questo viaggio lo posso fare, non mi sembra difficile”. Ha preso il suo corpo e lo ha lanciato nel vuoto, come si deve fare, non cedendolo alle braccia della Morte. Lo sto ancora vedendo, lo abbraccio in volo.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>