Materia e design

Peugeot-Design

Se cerchiamo di ridefinire un prodotto industriale  tralasciando in questa sede la sua trasformazione in merce, dobbiamo considerarlo esclusivamente dal lato del lavoro concreto, quindi del lavoro fisico che si applica alla materia in una precisa fase dello sviluppo tecnologico. Oggi il lavoro concreto ha conosciuto una pressoché totale trasmigrazione nelle macchine a controllo numerico, nei robot e via dicendo, che ne hanno eternizzato la forza, la duttilità e la durata, facendolo prescindere dalla forza fisica dell’operatore, dal suo umore, dagli alti e bassi del suo bioritmo. Continua a leggere

Biblia pauperum

Golosi

L’Europa cristiana ha conosciuto fino al Rinascimento una forma di scrittura che va sotto il nome di Biblia pauperum, la Bibbia dei poveri, di coloro cioè che non sapevano/potevano/dovevano leggere direttamente la parola di Dio. La Chiesa cercò di ovviare a questo svantaggio/vantaggio in una maniera che oggi definiremmo arcaizzante o retrò. Invece di aprire al popolo scuole di alfabetizzazione, invece di ovviare alle difficoltà del latino avviando scuole di traduzione dei testi sacri nelle varie lingue moderne, preferì conservare il latino esperantizzandolo e per il popolo, che comunque sarebbe stato incapace di leggere anche un testo tradotto, perché non sapeva leggere tout court, inventò l’illustrazione, che però non è una vera e propria illustrazione, bensì una scrittura pittorica del Vecchio e del Nuovo Testamento sulle pareti della casa di Dio, usando talvolta l’affresco, talvolta il mosaico o la pittura sulle vetrate.

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La traduzione come genere letterario

La traduzione o è un genere letterario a parte o non è niente. In effetti l’errore, diremmo ormai, storico delle teorie sulla traduzione letteraria, il loro inseguirsi e censurarsi a vicenda, il loro ripartire daccapo e riscoprire definizioni e teorizzazioni anche vecchie di secoli e riattualizzarle, insomma tutto questo “tramestio teorico” intorno alla traduzione dimostra a nostro parere un solo dato di fatto: l’impianto teorico su cui si basa il dibattito è sostanzialmente errato. Continua a leggere

Il corpo, il serial-killer, la politica

Il pedofilo e il serial-killer

Umberto Eco nell’ultima Bustina di Minerva del ’96 parla delle manifestazioni particolarmente importanti verificatesi a Bruxelles e a Genova contro la pedofilia e, argomentando un po’ a ritroso, cerca di individuarne il senso nel forte desiderio di solidarietà, nel ritornare insieme, fianco a fianco, per strada, nel farsi coraggio.

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Cinema e cibo

 Ci vorrebbero dei volumi, ordinati in serie per Paese o per genere, per descrivere il rapporto fra cinema e cibo. Ma servirebbe a poco un lavoro del genere, se mancasse alla base una qualche ipotesi iniziale, un’intuizione che ti è venuta guardando, per esempio, un film americano o francese –due tipi di cinema questi che vedono il cibo con occhio totalmente diverso. Continua a leggere

L’icona diventa simbolo

 Risultati immagini per Unhate Campaign 

Siamo giunti ad un punto cruciale nel culto dell’immagine: il punto in cui l’icona diventa simbolo.

La nostra epoca, il Novecento, si aprì con la scoperta della fotografia e del cinema, cioè dei mezzi di riproduzione dell’immagine iconica, la più fedele all’originale. Naturalmente la critica all’iconicità sviluppata in un primo momento da Umberto Eco, secondo cui mai sarebbe possibile render conto iconicamente della realtà viva, in quanto mutevole, resta vera al livello puramente speculativo, ma ai fini pratici del rapporto fra uomini non ha peso. Infatti anche una vecchia foto, per convenzione sociale, resta valida per anni e anni nella carta d’identità e nessuno si metterà mai ad indagare se la quantità di capelli che mi restano in capo sia la stessa di quella che appare in una mia foto scattata cinque anni prima. Con la tara del tempo che passa e dello spazio mutevole ogni riproduzione fotografica o cinematografica viene considerata iconica, cioè deputata a rappresentare fedelmente l’originale. Continua a leggere

Houellebecq , un’occasione di tragicità

Houellebecq

Houellebecq ha fatto una scelta iniziale, non so quanto consapevole, che sovrasta tutto il suo narrare: la scelta della felicità. Una scelta ingenua quant’altre mai, ma che, da lui fortemente creduta, ricade poi sulle scelte soggettive dei suoi personaggi. A questo punto tutto diventa tragico, senza bisogno di grandi atmosfere da tragedia. Diventa tragica la vita quotidiana di un semplice programmatore demotivato dal suo lavoro, diventa tragico il desiderio sessuale di un povero eterno scapolo che anela alla conquista di tutte le ragazze che come farfalle notturne nel buio di una discoteca gli svolazzano intorno, imprendibili. Diventa tragico l’invecchiamento: una ciocca di capelli bianchi, una serie di piccole rughe intorno agli occhi, cose normali e quotidiane, che però, nello scenario aperto inizialmente (la ricerca della felicità), diventano le crepe dell’edificio stesso della felicità. Continua a leggere

Kabarett e anarchia del linguaggio: il caso tedesco

Lo spazio del cabaret

Ringel

Il canto del Simplicissimus
Mezzanotte è sonata. Stecchito
giace a letto il borghese da tempo.
Ecco, allora qual gentile invito
sta brillando l’insegna del Simpl
e mi attira con mani stregate,
che lo voglia o no, debbo recarmi
fra le mura di quadri affollate
dentro al Simpel a rifocillarmi.
Dove mutuo piacere si rende
la bohème che incontra l’artista
dove Kathi in silenzio bevande
di mortale veleno rimesta
dove il suono del mandolinetto
all’odore del Würstel si mischia
e si sentono i cori felici
che il pianista accompagna a rovescio,
dove mani di donne pittrici
ci ritraggono in schizzi a sghimbescio.
E se anche il locale è strapieno
avventore non fartene un cruccio
Kathi Kobus ti trova un cantuccio
e lo trova anche a venti come te.
La minestra di gnocchi delizia
chi seduto qui al Simpl s’illude
che sia il mondo di fuori un’inezia
finché gridan le guardie: “Si chiude!”
E se mai dirò addio a quel globus
sarà questo il mio ultimo addio:
“Ti protegga il buon Dio, Kathi Kobus!
Statti ben Simplicissimus mio!”
                                               Ringelnatz, 1909

“Mezzanotte è suonata”… Così si apre per Ringelnatz lo spazio del cabaret. Uno spazio fisico e mentale, politico e morale, culturale e vitale. E’ uno spazio concesso dalla società a speciali individui e dall’individuo al suo speciale se stesso che a mezzanotte si mette in movimento e,  “che lo voglia o no”,  si dirige verso un angolo fiocamente illuminato della città addormentata, verso un recesso proibito della sua anima. Continua a leggere

Per una semiotica del volto diviso

Volto-diviso

Il volto umano ha il fascino dell’inganno, il volto animale no. Da cosa discende questo fatto e, soprattutto, in cosa consiste?

Osservare il volto animale è come sentire l’effetto del raddoppiamento di un profilo. L’osservazione che l’uomo ha sempre fatto dell’animale è tipicamente paleolitica: l’animale come bersaglio, preda, cacciagione è profilo. L’animale di fronte è quindi un raddoppiamento di profili, è affrontamento, minaccia, idolo.

Osservare il volto umano è un esercizio che unisce una realtà divisa ad una ipotesi d’indivisibilità. La realtà divisa è il volto, composto di una parte destra ed una sinistra diseguali; l’ipotesi dell’osservatore invece è una supposizione d’identità delle due parti. Da qui nasce l’inganno. Continua a leggere

Estetica necessaria

Quando si parla di estetica o meglio del suo utilizzo nella Società o nella Comunicazione, si pensa sempre a qualcosa di esornativo, ad un abbellimento, ad un “di più” che rende la vita più piacevole e le scelte meno dure, ma in ultima istanza si considera sostanzialmente inutile. Un lusso, diciamo, di cui si può fare a meno. Questo è vero se si pensa per esempio ai lavori di Katya Mandoki, dove l’estetica, pur proclamata necessaria alla vita -persino quotidiana-, viene percepita come una “veste” esterna al corpo del “necessario” e del “pratico”. Continua a leggere

Was weisst denn du?

Il cinema è un grande rivelatore dei problemi sociali a patto che non ne parli direttamente. E’ vero, esiste anche un cinema di denuncia che è stato grande, ma più spesso si è avvalso di uno sguardo indiretto, che risulta poi  il più efficace…

Così King Kong parla della crisi degli anni trenta facendo svenire la giovane protagonista di fronte ad un negozio di alimentari: è affamata. Continua a leggere

La crudezza della carne

Wildwechsel\Selvaggina di passo

di Fassbinder

Sdraiata nuda sul lettino del ginecologo con il pancione, incinta minorenne, Eva Mattes, si protende per l’ultima volta contro la Società e poi soccombe. La incontriamo qualche giorno dopo coperta di tela grigia e con la mente dilavata dalle suore, che dice al suo ragazzo:- Mi hanno fatta abortire. Il bambino non poteva essere buono, era figlio del peccato-

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Il sogno di Berlusconi

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Qualche giorno prima di morire Berlusconi fece un sogno. Camminava nudo sopra un prato verde falciato di fresco. I piedi avanzavano sull’erba rasata e sentivano alle piante come una rude carezza, piacevole e fastidiosa insieme. Avanzavano verso il centro del prato, dove si trovava un blocco di bronzo dorato, una forma astratta e massiccia, ma anche ariosa e leggera come una scultura di Henry Moore. Il sole non era alto, ma era già molto luminoso. Mentre il suo corpo si muoveva lui pensava vagamente alla stagione dell’anno in cui poteva trovarsi e decise che fosse primavera inoltrata perché il sole non aveva tanta forza, anche se mezzogiorno era ancora lontano.

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Lo zoo di vetro

Unicorno

Lo zoo di vetro

di Tennessee Williams

La madre, Amanda Wingfield, piena di parole, meridionale, agraria decaduta, si veste di colori sgargianti, si annoda sciarpe alla vita, calza cappelli a tese larghe. La figlia, Laura Wingfield, povera di parole, bellezza diafana, zoppa, immagine della fragilità. La madre la tiranneggia con la parola e col progetto, le predice che avrà successo, la sospinge al matrimonio. La figlia si rifugia nella sua collezione di animalini di vetro, figure di un mondo miniaturizzato, fantastico e immobile, irreale. Un piccolo zoo di vetro, dove troneggia fra gli altri quadrupedi il mitico unicorno.

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Attenzione la ragazza morde

Horvath

Ödön von Horváth

Rispunta la curiosità per Horváth che resta tuttavia un autore difficile.

E’ di scena al Fabbricone di Prato Fede speranza carità di Ödön von Horváth per la regia di Massimo Castri. L’operazione sta a metà strada fra la riscoperta filologica e l’attualizzazione, piuttosto sommessa.

Horváth fu un autore quantomeno strano, eclettico e anche molto mobile nell’esperimentazione dei linguaggi teatrali. Spesso lo troviamo nei manuali di Letteratura contrapposto al Teatro epico di Brecht, inserito nelle appendici del Teatro realistico-borghese, fra Vaudeville e Grand Guignol, o del Teatro schnitzleriano, talvolta come prosecutore solitario di Raymund e Nestroy e in genere del Volksstück viennese.

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